
Da delinquente a protagonista sul palcoscenico, dalla cella al cinema internazionale: la storia di chi ha scoperto la libertà tra le mura di un carcere, grazie al teatro. Salvatore Striano, è oggi un attore riconosciuto, protagonista di film e spettacoli applauditi in Italia. Ma il suo primo palco non è stato un teatro, bensì il carcere. Prima di diventare attore, era un ragazzo cresciuto tra camorra, furti e rapine. “Il teatro lo conoscevo solo perché ci andavo a rubare le pellicce alle donne facoltose”, racconta con un sorriso amaro.
Poi l’arresto, le condanne, la detenzione. E un incontro inatteso: il teatro dietro le sbarre. “All’inizio stavo raschiando il fondo. Avevo perso mia madre e mio padre mentre ero dentro. L’alcol e gli psicofarmaci erano la mia unica distrazione. Poi un giorno mi hanno messo in mano un copione. È stato il mio riscatto”. Il suo primo ruolo è stato Donna Amalia in Napoli Milionaria. Un’esperienza che lo ha trasformato: “In scena ho fatto pace con mia madre, che era morta mentre io ero in carcere. L’ho portata con me sul palco. È stato come rivederla e rinascere dentro di lei. Una gioia immensa”.
Per Striano, l’arte non è stata semplice evasione, ma una nuova grammatica dell’esistenza: “Chi delinque ha un linguaggio povero, sempre uguale. Si parla solo di soldi, di armi, di affari sporchi. Il teatro invece ti apre ad altre parole, ti obbliga a cercarne di nuove, a scoprire storie che non ti appartengono. Ti cambia la testa”.
“Il teatro in carcere è un toccasana. La recidiva crolla di oltre l’80% tra chi partecipa ai laboratori”, dice Striano con convinzione. “Non è detto che diventi attore. Io quando sono uscito non avevo nessuna illusione. Ma una cosa l’ho capito subito: non volevo più commettere reati”. Quella disciplina fatta di prove, copioni e regole da rispettare gli ha insegnato che un’altra vita era possibile. “Ci chiamavamo con i nomi dei personaggi. Era come se smettessimo di essere detenuti per un po’, diventavamo altro. E quando ti succede, non torni più indietro”.
Dopo la scarcerazione, Striano è stato notato dai fratelli Taviani e ha recitato in “Cesare deve morire”, film girato nel carcere di Rebibbia e premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 2012. Da quel momento la sua carriera è decollata, ma Sasà non ha mai dimenticato le sue origini e il luogo in cui tutto è cominciato. “Oggi mi guardo indietro e mi chiedo: ma come ho fatto a vivere così? La malavita è stancante, è sporca, ti consuma. L’unica cosa onesta della parola malavita è proprio il nome: non porta niente di bello. Il teatro invece è l’incontro con la bellezza. E la bellezza, se ti tocca, ti salva”.
Accanto al suo racconto personale, Striano denuncia anche le criticità del sistema penitenziario italiano. “In Spagna, quando ero detenuto, una volta al mese potevo avere un colloquio intimo con mia moglie. In Italia, per sette anni, niente. Quando sono uscito non riuscivo nemmeno a toccare una donna, mi sembrava di non saper più amare. L’affettività negata incattivisce, non riabilita nessuno”. E non è solo questione di sentimenti. “In carcere i poveri diventano più poveri. Chi ha i soldi si difende meglio ed esce prima. Chi non ha niente resta dentro, e dentro i boss diventano ancora più boss. Un pacchetto di sigarette o un francobollo bastano per comprarti”.
Oggi Striano gira l’Italia raccontando la sua storia, partecipa a laboratori teatrali nelle carceri e lavora per aprirne di nuovi. “Io sono la prova vivente che il teatro può cambiare una vita. E se ha cambiato la mia, può cambiare quella di tanti altri”. Il suo obiettivo è restituire, offrire ad altri detenuti la stessa possibilità che ha avuto lui: “Quando entri in un laboratorio, non pensi più a chi eri. Pensi a chi puoi diventare. E questo ti cambia per sempre”.
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