
Nel corso della storia della scienza, i cervelli italiani hanno giocato un ruolo determinante, contribuendo allo sviluppo dell’umanità. Le conquiste fatte, però, non si sono solo limitate alla Terra ma hanno allargato il proprio campo allo spazio.
Anche nel settore spaziale l’Italia è espressione di professionalità strategiche per il futuro della ricerca, tra tali “cervelli” c’è di sicuro la dott.ssa Melania Del Santo, con cui abbiamo avuto il piacere di confrontarci.
Originaria di Marcianise, la dott.ssa Del Santo è primo ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica, in cui ha svolto lavori di prim’ordine nell’ambito della missione spaziale Integral dell’ESA (European space agency).
Qual è stato il tuo percorso professionale e su cosa stai lavorando oggi?
«Ormai da 23 anni sono ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, da 11 presso l’IASF di Palermo. Mi sono appassionata all’astronomia al quinto anno di liceo, iniziai a comprare delle riviste di astronomia per poi iscrivermi all’università di Bologna, alla facoltà di scienze matematiche fisiche e naturali, corso di laurea in astronomia. I miei oggetti di studio sono le binarie X, oggetti binari formati un oggetto compatto, ovvero una stella alla fine della sua evoluzione (un buco nero o una stella di neutroni), e una stella compagna che accresce materia sulla “stella morta”».
Perché è importante fare divulgazione scientifica riguardo l’astrofisica?
«Partiamo dal presupposto che è importante fare divulgazione scientifica in tutti i campi, però va fatta, a mio parere, in un certo modo. Sarò onesta: qui la verità in tasca non ce l’ha nessuno, ed è proprio questo il bello della scienza, quindi bisogna fare divulgazione scientifica dando tutte le informazioni per come sono, evidenziando anche le incertezze, se ci sono, su determinati risultati. Non bisogna avere la pretesa di fornire sempre delle verità come fossero dei dogmi, altrimenti il rischio è quello si sfociare nella religione. La ricerca scientifica invece va avanti proprio grazie alle domande e ai dubbi che via via si incontrano».
Parliamo della tua esperienza con la missione spaziale Integral. Che significato ha avuto per te?
«La missione Integral ha avuto un impatto significativo sulla mia carriera. È stato il satellite (con a bordo 4 telescopi) su cui ho cominciato a lavorare fin dai tempi della mia tesi di laurea a Bologna. I telescopi a bordo di Integral hanno dato un contributo fondamentale all’astronomia gamma, ma ha anche posto delle sfide per futuri osservatori. L’astronomia delle alte energie nelle bande X e gamma è relativamente nuova, è nata alla fine degli anni ’60 quando abbiamo imparato a lanciare i nostri strumenti nello spazio. Adesso siamo entrati in una nuova era, con l’astronomia gamma ad altissime energie, quella Cherenkov, alla quale mi sto interessando da qualche anno in qualità di membro del team del progetto ASTRI Mini-Array».
Ci puoi spiegare meglio di cosa si tratta?
«ASTRI Mini-Array è un osservatorio da Terra costituito da 9 telescopi Cherenkov che sono in costruzione a Tenerife. Tali telescopi Cherenkov sono progettati per osservare oggetti dell’Universo che emettono raggi gamma. Questi raggi vengono schermati dalla nostra atmosfera, non arrivano fortunatamente (visto che sarebbero dannosi per la vita) a Terra, ma interagiscono con l’atmosfera stessa dando origine all’effetto Cherenkov, ovvero l’emissione di una luce blu che è quella catturata dai nostri telescopi. Grazie a questo effetto possiamo studiare quindi eventi cosmici come i resti di supernove con stelle di neutroni fortemente rotanti nei loro interni o i nuclei galattici attivi con i loro buchi neri super-massicci».
Come giudichi l’approccio delle agenzie spaziali verso la scienza?
«Purtroppo, negli ultimi anni sembra che le scelte dell’agenzia spaziale europea siano guidate poco dall’interesse scientifico. Le loro decisioni spesso si sono basate più sugli aspetti economici, che sulle reali necessità della ricerca. Per esempio, lo scorso febbraio per questioni di “spending review”, i telescopi del satellite Integral sono stato spenti e in qualche anno il satellite deorbiterà per poi cadere. Questa scelta, a mio parere, penalizza molto la scienza. I telescopi di Integral erano ancora funzionanti e avrebbero potuto continuare a fornire interessanti risultati per l’avanzamento della conoscenza. Le agenzie spaziali sono sicuramente più concentrate sullo sviluppo di nuove missioni piuttosto che far proseguire le osservazioni scientifiche mantenendo in vita missioni ancora performanti».
Riguardo ai fondi per l’astrofisica da parte delle agenzie spaziali?
«Purtroppo i fondi che le agenzie spaziali destinano all’osservazione dell’Universo si sono molto ridotti negli ultimi anni. L’ESA, per esempio, sta dirigendo gran parte delle sue risorse verso altre aree, come la difesa. I satelliti per le telecomunicazioni o per la protezione spaziale sembrano essere prioritari e lo studio dell’Universo sta ricevendo sempre meno attenzione. Ma questo è un problema un po’ più ampio: proprio in questo periodo in cui si parla di investimenti europei per il riarmo, quelli per la ricerca scientifica pura diminuiscono, come, purtroppo, diminuiscono investimenti nel welfare in tutta Europa».
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