
Risalendo a piedi una strada sterrata ai piedi dei monti Tifatini, sfidando le buche, il brecciolino e la polvere, sopra la frazione di Piedimonte di Casolla, ci si imbatte in un grande casale ombreggiato dagli alberi. Se si prosegue per la stradina, che porta fin sopra Casertavecchia, si noterà, non senza stupore, il retro di una grande basilica e il suo campanile semidiroccato. È proprio questa la magia della basilica di San Pietro ad Montes: un tesoro medievale nascosto e ancora oggi invisibile ai più.
La storia della chiesa affonda, come spesso avviene, nel mistero: non citata nella bolla di Senne, atto fondativo della diocesi casertana, la troviamo però nel 1139, in un documento di donazione, come Monasterio Sancti Petri ad radicem Montes Caserte. Il complesso abbaziale ospitò una comunità benedettina fino al 1435, e cadde poi in decadenza, venendo riconsiderata solo in epoca borbonica. Dopo la soppressione degli ordini ecclesiastici con l’Unità, chiesa e convento vengono dichiarati Monumento Nazionale, ma durante la Seconda Guerra Mondiale verranno usati come rifugio per gli sfollati del fronte cassinese, entrando in uno stato di progressiva decadenza da cui faticano a uscire ancora oggi.

Ad oggi la parte conventuale, risalente al XVIII secolo, è stata affidata alla comunità Le Ali ETS, che opera nel campo della riabilitazione di persone soggette a tossicodipendenza. La basilica è di impianto desideriano (molto simile a quella, ben più celebre, di Sant’Angelo in Formis), a tre navate e dodici colonne tratte da edifici romani precedenti. La facciata, purtroppo, è rinchiusa in un cortile costruito successivamente, che ne impedisce la vista ancora oggi. All’interno sono contenuti straordinari affreschi di scuola bizantina risalenti al XII sec., che raccontano storie provenienti dalla Bibbia. Notevole anche il Giudizio Universale sulla controfacciata. Gli affreschi sono però in avanzato stato di deterioramento, a causa dell’umidità e dell’incuria degli anni, e ormai quasi illeggibili. Nel frattempo, il tetto veniva danneggiato da atti vandalici continui, soprattutto lanci di pietre.
Ma veniamo dunque ai giorni nostri: cosa è stato fatto per tutelare questo patrimonio straordinario? Fino al 2022, praticamente nulla. In quell’anno, però, il Ministero dell’Interno riesce a stanziare l’importante cifra di 800mila euro per il restauro del complesso. Come ci ha detto l’architetto Vito Vozza, membro della Pro Loco Tifatina, in varie forme da anni attiva sul territorio per la tutela e la riapertura dei beni dimenticati delle zone pedemontane del Casertano, i lavori sono stati effettivamente eseguiti, sia come adeguamento strutturale, sia come rifacimento del tetto e restauro degli affreschi.

L’attuale problema riguarda piuttosto l’apertura della chiesa e del complesso: la Pro Loco, che si offrirebbe di curare l’aspetto organizzativo e di valorizzare il bene, non riesce materialmente ad avere accesso alla chiesa, le cui chiavi non sembrano al momento reperibili. La presenza della comunità, ci dice l’architetto Vozza, non rende poi facili le operazioni di fruibilità del bene. Chissà, però, se non si stia già muovendo qualcosa all’orizzonte.
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