
Il piano del Governo Meloni? Che dire: un flop da qualunque parte si voglia cercare di curare i sintomi della malattia che ha colpito il Servizio sanitario nazionale da diversi anni a questa parte. Solo parole, pochi fatti. Ancora oggi 14 milioni di italiani sono in difficoltà per le spese mediche, mentre 1 su 3 è costretto a rivolgersi al privato. Alla sanità occorrerebbe una maggiore ragionevolezza nella spesa e un assoluto rispetto delle leggi. E invece: bilanci traballanti ovunque e regole eluse volontariamente. E nel mentre, un disastro da recuperare, oltre che una tutela della salute da riorganizzare dalle fondamenta. Questo è quanto emerge dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat.
La situazione in cui si trova la sanità italiana oggi è disastrosa e sembra non trovare pace. La prospettiva per la sanità pubblica è quindi difficilissima e in questi giorni stanno arrivando reazioni preoccupate dal mondo dei sindacati, dalla politica e di osservatori della sanità. Troppi sono ormai gli italiani che rinunciano a curarsi. Stretti dalla crisi economica e da un sistema sanitario nazionale sempre più in affanno e privo di finanziamenti a breve termine. E riguardo alle liste di attese ridotte? Un’altra bugia di questo centrodestra: infatti sono solo 5 su 66 i casi in cui i tempi sono rispettati.
La quota di cittadini che, dopo aver inutilmente tentato di accedere al Ssn, si rivolge alla sanità a pagamento, ha dichiarato di aver speso in media 335 euro per ciascun approfondimento specialistico e che va moltiplicato per il numero dei componenti della famiglia. Gli importi variano a seconda dell’area specialistica: si parte dai 117 euro per gli esami del sangue fino ai 144 euro per la ginecologia; dai 210 euro per la dermatologia ai 610 euro per la chirurgia generale e 716 euro per l’odontoiatria. Per riuscire a far fronte a questi costi, il 77% degli intervistati ha utilizzato i propri risparmi e appena il 20% ha potuto usufruire di un’assicurazione sanitaria.
Secondo lo studio, è stimato che circa il 51,6% degli italiani è costretto ad intaccare il loro patrimonio per un diritto sancito dall’art. 32 della Costituzione: per tutelare la propria salute. E non solo: nell’ultimo anno oltre 2,4 milioni di persone hanno dovuto cambiare regione per sottoporsi a esami, visite o interventi. Sebbene il fenomeno sia stato rilevato in tutto il Paese, sono le aree del Centro Italia quelle dove la percentuale di chi ha cambiato regione per curarsi è più alta. Le regioni verso cui ci si è spostati con più frequenza per ricevere cure sono il Lazio (27%), la Lombardia (19%), l’Emilia-Romagna (15%) e il Veneto (11%).
A tutto questo si aggiunge un altro dato emblematico: il 17,1% di migranti sanitari, cioè coloro che non hanno trovato la particolare tipologia di prestazione sanitaria di cui aveva bisogno. Ed ancora: si sposta per avere un secondo parere l’8,7%, mentre il 9,8% lo fa perché abita in una zona di confine e le strutture fuori regione sono più vicine o comode.
Stando all’analisi di alcuni dati, circa il 53,5% degli italiani dichiara che, nel corso dell’anno, ha dovuto affrontare tempi di attesa eccessivamente lunghi rispetto alle tempistiche utili; il 37,4% segnala la presenza di liste bloccate o chiuse, nonostante siano formalmente vietate. Il risultato è che ogni 100 tentativi di prenotazione nel Ssn, le prestazioni che restano nella Sanità pubblica sono il 60,6%.
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