
A Sant’Antimo il Santuario è stato devastato da un un uomo in stato confusionale. È accaduto l’8 giugno 2025, nel primo pomeriggio, quando l’uomo in questione ha fatto irruzione nel santuario del Santo Patrono. Ha forzato l’ingresso e, in evidente sato di alterazione, ha messo a soqquadro l’interno del santuario: banchi capovolti, oggetti storici rotti, parametri gettati a terre insieme a liquidi benedetti.
Le immagini registrate dalle telecamere interne hanno documentato ogni gesto. Il parroco, monsignor Francesco Campanile, ha potuto seguire la scena da remoto, mentre celebrava un matrimonio altrove. L’accaduto ha posto in shock l’intera comunità.
La notizia si è diffusa rapidamente e con essa le prime reazioni. Il sindaco di Sant’Antimo, Massimo Buonanno, ha espresso vicinanza al parroco e ha definito “sconcertante” quanto accaduto. Il sindaco ha poi dichiarato “Non è il momento di polemiche. L’autore è una persona in evidente stato di disagio mentale. Come amministrazione e come comunità siamo vicini a Don Francesco, ma anche alla fragilità che ha reso possibile questo gesto. Che venga curato presto dai professionisti dell’Asl”
Parole di solidarietà sono giunte anche da don Carmine, originario di Sant’Antimo: “un santuario distrutto, saccheggiato e tutti noi ci sentiamo distrutti. Ma pronti a riportarlo nel pieno splendore”.
Tramite social, monsignor Campanile ha ringraziato quanti gli hanno espresso affetto e sostegno. Domenica, durante l’omelia, ha invitato un messaggio chiaro ai fedeli: “preghiamo per lui. Comprendiamo il suo disagio”. Un invito che non risulta solo spirituale, ma profondamente umano e civile: ricomporre, oltre ai danni materiali, anche le rotture invisibili che una comunità può subire quando prevalgono il giudizio e la paura anziché la comprensione.
La notizia del santuario devastato a Sant’Antimo permette di riflettere su come non si possa parlare di colpa quando ci si trova davanti alla sofferenza psichica. Scegliere il capro espiatorio, come si è tentati in questi giorni non risulta solo ingiusto, ma anche e soprattutto pericoloso.
Alcune voci, ad esempio, stanno diffondendo l’idea che il gesto dell’uomo avrebbe “oscurato” il volto della statua del Santo, questo proverebbe la collera del Santo Patrono. Un’immagine che ha sicuramente del popolare. Questa lettura risulta però pericolosa: trasforma il disagio in maledizione, il dolore in colpa, il sacro in superstizione.
Occorre invece fermarsi, Domandarsi cosa può portare una persona ad agire in quel modo E soprattutto, cosa può fare una comunità per non voltarsi dall’altra parte. Perché un santuario si ricostruisce. Ma è il tessuto umano, l’empatia, la capacità di stringersi intorno ai più deboli a dire se siamo davvero una comunità.
Il gesto compiuto non cancella la sacralità del luogo, Ma la interroga. E forse la rende ancora più autentica se la risposta non è la condanna, ma la cura. Se invece della paura, nasce un rinnovato desiderio di presenza, di accoglienza e di giustizia. E se la ferita si fa occasione per ripensare il nostro modo di stare insieme.
È questo è il significato della parola del parroco: “Sono sicuro che riusciamo a recuperare almeno parte di ciò che è stato distrutto”. Non si riferiva solo agli oggetti, Ma qualcosa di più profondo. E la speranza vera e proprio qui: Nella capacità di essere comunità, anche nel dolore, Senza scivolare nella colpevolizzazione del più fragile.
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