
“Cosa sarebbe successo se…?” è una delle domande che spesso l’essere umano si pone. Cosa sarebbe successo se Santo Romano non avesse deciso quella notte del 1° novembre 2024 di placare una lite scoppiata per una scarpa pestata? Non lo sappiamo. Potremmo dire che Santo è solo uno dei tanti che ha pagato un prezzo troppo alto per aver difeso un amico. Ma appena la incontriamo, Simona Capone, la sua fidanzata, ci tiene a dirlo: «Santo non è uno dei tanti». Simona oggi studia psicologia, sta cercando di rimettere insieme i pezzi, ma soprattutto di dedicarsi ai bambini e ai ragazzi delle periferie di Napoli, per evitare che diventino come quel ragazzino, di 17 anni, che ha ucciso Santo.

1° novembre 2024 Santo, 19 anni, insieme alla fidanzata e agli amici, doveva passare la serata a Napoli. Prima di dirigersi verso il capoluogo decide di passare fuori al municipio di San Sebastiano al Vesuvio per salutare degli amici. Tutto precipita quando un suo amico, per errore, calpesta la scarpa di un ragazzo presente lì in piazza. Il ragazzo “vittima” del pestone si altera, alzando la maglietta per far capire che fosse armato. Le scuse non vengono accettate e i toni non fanno che alzarsi. Santo interviene, decide di difendere l’amico provando a placare gli animi. Il minorenne da cui era partita la lite estrae la pistola e spara. Silenzio. Nella confusione generale Santo riesce a fare dei passi per raggiungere Simona e gli amici, verso la macchina. Ne riuscirà a fare solo tre, per poi cadere a terra. Anche un amico viene ferito, ma non sente nulla, l’adrenalina è tanto forte da permettergli di guidare fino all’ospedale, lo stesso in cui dopo poche ore i Carabinieri daranno la notizia della morte di Santo.
La storia di Santo rappresenta ancora molto per il nostro territorio, e questo soprattutto grazie al lavoro di mamma Mena e della fidanzata Simona, che abbiamo incontrato proprio per parlare di ciò che è accaduto dopo l’omicidio e dopo il processo: «Dopo la morte di Santo, francamente non ho capito più nulla per un grande periodo di tempo, però in vista del processo ho cercato di incanalare tutte le mie energie, tutta la mia rabbia, in qualcosa che potesse essere utile. Dopo il processo ho ritenuto si fosse chiuso un cerchio, ma non sopportavo l’idea che Santo rientrasse in un semplice elenco di “vittime di”. Volevo fosse ricordato intutto e per tutto: per questo ho partecipato a tante iniziative e ho pensato fosse una buona idea aprire un podcast, chiamato “Il mondo che vorrei”, per sensibilizzare sull’argomento».
Come scritto all’inizio, Simona ha intrapreso un percorso per aiutare ragazzi e adolescenti a prevenire la violenza. «Cerco di lavorare tanto sulla prevenzione, però in un primo momento non ti nego che quel tipo di persone le ho odiate profondamente. Le vedevo come responsabili di quel sistema che mi aveva tolto Santo. Per me erano tutti da condannare, ancora prima che commettessero il reato, perché tanto prima o poi avrebbero fatto piangere altre persone. Poi ho capito subito che non era così, e che quei ragazzi non andavano condannati, ma aiutati. Così, fra le altre cose, con loro ho realizzato un documentario, “Voci di Confine – Crescere a Scampia”, ed è stato bellissimo. È necessario che questi ragazzi non siano soltanto confinati in quel degrado, in quell’abbandono che vivono quotidianamente».
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