
C’è un passaggio nella dichiarazione d’indipendenza americana che ha sempre fatto sognare intere generazioni: il diritto alla “ricerca della felicità”. È un’espressione toccante se pensiamo al periodo storico del 1700, un qualcosa di rivoluzionario e contemporaneo, che sembra volerci dire che essere felici è un nostro diritto naturale, qualcosa che ci spetta, come l’aria che respiriamo. Eppure, se ci pensiamo, questo diritto è mai stato davvero rispettato? E, soprattutto, cosa significa oggi essere felici? Guardandoci intorno, sembra quasi che la felicità sia diventata un miraggio, un obiettivo irraggiungibile, soprattutto per noi giovani.
Viviamo in un’epoca strana: da un lato, abbiamo a disposizione strumenti e opportunità che le generazioni passate non avrebbero mai nemmeno potuto immaginare. Possiamo viaggiare, studiare, connetterci con persone dall’altra parte del mondo con un semplice clic. Dall’altro, però, mai come oggi ci sentiamo sopraffatti, ansiosi, insoddisfatti. I dati parlano chiaro: il consumo di psicofarmaci è in aumento, soprattutto nei paesi più ricchi e “sicuri”, siamo circondati da tutto ciò che dovrebbe renderci felici. Eppure ci sentiamo vuoti. Perché?
Forse il problema risiede nel modo in cui ci è stato insegnato a pensare alla felicità. Ci hanno detto che essere felici significa avere successo, raggiungere obiettivi, accumulare cose, ma, ogni volta che raggiungiamo qualcosa, ecco che subito compare un nuovo traguardo, un nuovo desiderio, sentendoci sempre nudi ed affamati di felicità. È come correre su un tapis roulant, ci sforziamo, sudiamo, ma restiamo sempre nello stesso punto e, nel frattempo, ci perdiamo tutto il resto. Avete mai pensato quante volte ci fermiamo davvero a ridere? Non parlo delle risate illusorie che facciamo davanti ad un video su TikTok o a un meme su Instagram, ma di quelle risate vere, quelle fra gli amici sinceri che ti fanno dimenticare tutto il resto. Presi dalla fretta e dalle aspettative, abbiamo smesso di vivere il presente. Siamo sempre proiettati verso il futuro, verso ciò che dobbiamo fare, ottenere e dimostrare, e così ci lasciamo sfuggire le piccole cose, quelle che forse contano davvero.
Siamo come i giovani del Decameron, che si trovano a fare i conti con un mondo che sembra sempre più fragile. Il cambiamento climatico, le disuguaglianze sociali, l’apparenza dei social con i suoi pericoli, le crisi economiche, le guerre sempre più certe: tutto questo pesa sulle nostre spalle, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Vorremmo salvare il mondo, ma senza sapere da dove cominciare. Questa pressione si somma alle aspettative che già abbiamo su di noi, creando un senso di smarrimento che non sappiamo spiegare.
Forse abbiamo smesso di ascoltarci, di chiederci cosa vogliamo davvero o forse abbiamo dato troppo peso al mondo che ci circonda? E allora, forse, la vera domanda non è se siamo più infelici rispetto al passato, ma se siamo ancora capaci di riconoscere la felicità quando la incontriamo. Siamo ancora capaci di meravigliarci, di lasciarci stupire dalle piccole cose? Siamo ancora capaci di guardare il cielo, di ascoltare una canzone, di parlare con un amico senza pensare a tutto ciò che dobbiamo fare dopo?
Non credo ci sia una risposta. Ma una cosa è certa: cercheremo sempre il diritto alla felicità, che non è solo una frase scritta su un pezzo di carta, bensì una promessa che dobbiamo fare a noi stessi, ogni giorno. Probabilmente sarà sempre come seguire un ideale irraggiungibile, ma per ricordarci che, alla fine, la felicità non è un punto di arrivo. È un modo di camminare, verso un dove che non c’è.
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