
Sabato 25 gennaio, ore 16:30. Siamo a Scampia, a pochi passi dall’ingresso nelle Vele. Qui incontriamo Salvatore («ma chiamatemi Sasà» si affretta subito a dirci), l’ultimo abitante del complesso residenziale ad aver lasciato la propria casa dopo l’ordinanza di sgombero firmata dal Comune di Napoli, a seguito del crollo avvenuto lo scorso luglio nella Vela Celeste, il quale causò la morte di ben tre persone. L’uomo risiedeva nella Vela Rossa da circa sedici anni e il 2 gennaio ha salutato, forse per sempre, il luogo che l’ha accolto. Dal suo viso traspare tristezza e, allo stesso tempo, soprattutto rammarico e rabbia, deciso a raccontarci ciò che ha vissuto negli ultimi mesi. La sua famiglia, così come tante altre ex residenti nelle Vele, è riuscita ad intercettare i sussidi economici mensili stanziati dal governo centrale con lo scopo di sostenere gli sfollati, non riuscendo però a risolvere le difficoltà che l’hanno colpita. «Nonostante riceva il contributo previsto per le persone di Scampia che sono state sgomberate dagli appartamenti, sono costretto ad arrangiarmi per strada senza un tetto stabile dove dormire» esordisce ai nostri microfoni Salvatore, ponendo l’attenzione su una delle maggiori problematiche che ancora oggi interessa diversi nuclei familiari sfrattati da qui, ovvero l’impossibilità di prendere in affitto un’abitazione.
Durante l’intervista ci incamminiamo verso la Vela Rossa, fermandoci all’esterno del complesso, visto che non è più possibile accedervi per lo stato di inagibilità dichiarato. A questo punto Salvatore ci racconta dei problemi che sua moglie, la quale soffre di una patologia che le ha comportato un’invalidità del cento per cento, ha dovuto affrontare per lo stato di grave disagio emerso dopo l’avviso di sgombero dalle abitazioni, arrivando poi a parlare del vero paradosso di tutta la vicenda: «Se non sei occupato regolarmente e non hai una busta paga pubblica, comunale o statale, non è possibile firmare un contratto di affitto di una casa. Anche se dovessi percepire 10mila euro al mese non puoi farlo. Ho scritto più volte direttamente al sindaco di Napoli, inviando pec e chiedendo un confronto, ma si continua a chiudere gli occhi su una situazione che definire tragica è poco. Dal mese di ottobre ho chiesto più volte di accendere i riflettori sul mio caso, ma non ho mai ricevuto risposta». L’uomo ha poi dichiarato di essere venuto a conoscenza di altre famiglie che si trovano nella stessa condizione, altre istanze che come la sua sono rimaste inascoltate. «Pensavo che mi avrebbero trovato una soluzione temporanea per far fronte a questo problema e avrei rinunciato anche al sussidio pur di avere un posto fisso dove stare. Altra cosa che non capisco è quella accaduta recentemente: dopo la notizia dello sgombero dei rom dal campo di Scampia, abbiamo saputo che a loro sono stati proposti degli alloggi, beni che prima appartenevano alla criminalità organizzata. Perché a noi no?» si chiede Salvatore, che ha criticato poi aspramente l’operato dell’amministrazione Manfredi. Per lui, infatti, è stato un errore mandare via in pochissimo tempo tutti gli abitanti delle Vele, in quanto già «da dieci-quindici anni si parlava di abbattimento, ricollocamento graduale e ricostruzione, ma non di sfollare così all’improvviso più di mille persone».


Altra questione da sottolineare riguarda l’inagibilità delle tre strutture ancora in piedi, per le quali sono previsti lavori di abbattimento già iniziati e che dovrebbero concludersi alla fine del 2026, con la costruzione di più di 400 nuove case nelle quali, secondo i piani, saranno ricollocate tutte le persone sfrattate. Sul tema Salvatore è convinto del fatto che, almeno per la Vela Rossa, sia stata fatta una forzatura: «Se non fosse accaduta la disgrazia nella Vela Celeste, oggi probabilmente saremmo stati ancora qui e nessuno avrebbe parlato di inagibilità totale, esplosa improvvisamente dopo le morti di luglio. Sapete quante altre volte noi stessi abbiamo riparato danni dovuti ad altri piccoli crolli? Se queste strutture si ritenevano così inagibili, perché non sono intervenuti prima con una misura graduale?» dice ancora l’uomo, affermando poi che l’inagibilità vera e propria riguardasse le passerelle e non le strutture interne. Ai nostri occhi c’è letteralmente un fiume in piena che non accenna a fermarsi, un cittadino tra i tanti che si è sentito abbandonato dalle istituzioni e dalla classe dirigente, escluso dalla cerchia degli uomini che godono di libertà e dignità. Le sue parole sono forti, sincere, rivolte soprattutto a chi rappresenta politicamente la città di Napoli. Un ennesimo grido di aiuto che, ci confessa, «spero non cada nuovamente nel vuoto». Un cittadino distrutto, affranto, ma che ha tutta l’intenzione di proseguire la sua battaglia. Salvatore ci saluta promettendo di aggiornaci tra qualche settimana.
Dopo il grave episodio accaduto alla fine di luglio, tutte le famiglie residenti nelle Vele hanno dovuto trovare un’altra sistemazione, dando il via ad un fenomeno che ha visto protagoniste soprattutto le città di Castel Volturno e Giugliano. Un vero e proprio esodo improvviso e forzato che ha interessato anche Nunzia, mamma di una bambina di otto anni, che abbiamo incontrato per farci raccontare la sua esperienza. La donna, di 49 anni e malata di cancro, ci dice di aver vissuto nelle Vele sin da quando era bambina: «Vivevo a Capodimonte con i miei, eravamo otto fratelli. Dopo il terremoto degli anni Ottanta la nostra casa fu distrutta, così fummo accolti da Scampia. Sono entrata qui con i miei genitori e ne sono uscita senza di loro». La ricerca di una nuova casa per un “veliano” non è stato compito facile: in primis «si deve affrontare uno sradicamento forzato dall’ambiente in cui si è vissuti per anni e questo non è semplice – afferma la donna – Trovare una sistemazione alternativa è stato complicato. Ora vivo a Giugliano, ma sono lontana da tutto. La cosa più difficile è stata affrontare il pregiudizio di provenire dalle Vele, perché le persone non si fidano». Altro capitolo, quest’ultimo, che negli ultimi mesi ha finito per frenare i trasferimenti e acuire uno stato di incertezza assoluta. Il litorale castellano-giuglianese è la zona che più di tutte ha aperto le porte agli sfollati. Tuttavia, trasferendosi, chi abitava nelle Vele si trova ora tutti i servizi di cui usufruisce lontani dieci-quindici chilometri. «A Scampia avevo tutte le mie cose. Mia figlia ha problemi cognitivi ed è seguita lì, mentre io per la mia malattia devo recarmi al Pascale. Dalle Vele potevo prendere la metro per arrivare direttamente all’ospedale; a Giugliano, invece, sono costretta a farmi più di un’ora di camminata per giungere al treno che porta alla struttura dove posso accedere alle cure» continua Nunzia, che non è certamente l’unica ad affrontare situazioni del genere. Altri cittadini, infatti, ci hanno denunciato soprattutto la difficoltà, sorta dopo i traslochi, di accompagnare i figli a scuola a Scampia. Numerosi nuclei familiari sono arrivati anche a Castel Volturno, esattamente in frazioni come Destra Volturno o Pescopagano, e in questi posti le problematiche sono addirittura maggiori, visto l’isolamento e l’abbandono in cui versano. Dalle nostre interviste, insomma, la percezione degli ex abitanti delle Vele che emerge è che, nonostante gli annunciati miglioramenti delle condizioni di vita di cui si è parlato, i problemi continueranno ad aumentare.
di Donato Di Stasio e Alice Gaudino
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