
Click. È il rumore che fa una macchina fotografica quando scatta. Con l’avvento dei telefoni cellulari, sembriamo essere diventati un po’ tutti fotografi. Ma, in realtà, dietro a questa arte c’è una storia di lavoro tecnico, artistico e documentaristico che ha segnato la storia dell’uomo nell’ultimo secolo. In un mondo della fotografia che cambia, abbiamo voluto tornare indietro per capire come si faceva un tempo il fotografo tra rullini da sviluppare.
Ecco perché ne abbiamo parlato con Gianni Fiorito: ex fotoreporter che ha documentato eventi significativi di Napoli e dell’Italia e, successivamente, fotografo di scena tra i set di Paolo Sorrentino. Con questa intervista vogliamo restituire ai lettori il suo sguardo da intellettuale sul territorio che ci fornisce uno scatto inedito: l’occhio di Gianni Fiorito sulla sua carriera, sulla sua arte, sulla fotografia, sul cinema, su Napoli, sull’Italia.
Fiorito inizia raccontando le origini del suo lavoro da fotoreporter. Iniziò tutto con delle iniziali rudimentali lezioni di fotografia in un centro sociale a Napoli, anche se ci dice: «La tecnica fotografica è abbastanza semplice, la cosa più complicata è quello che ci metti dentro». Subito, all’inizio della sua carriera, Gianni si trovò catapultato in un evento che avrebbe segnato la sua carriera: «Poco meno di venti giorni dopo ci fu il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, e quindi mi ritrovai in una situazione da reporter, già in una situazione drammatica. Ho sempre fatto partire la mia carriera di fotografo da quella data».

Il fotografo napoletano lavorava principalmente con un lavoro di approfondimento per settimanali, spaziando su vari temi: «Soprattutto nei primi anni i miei lavori sono stati fondamentalmente sulla camorra, in particolare quella di Cutolo, e all’interno di questo percorso ho seguito tutti i processi, soprattutto il maxiprocesso cosiddetto Tortora. Poi anche tutti quelli che erano i conflitti sociali: la mancanza di lavoro, la mancanza delle case».

Prosegue: «Ho avuto un’attenzione particolare a quella che era la politica: i convegni politici e come si sviluppava il dialogo politico. In quegli anni nacque anche una sensibilità ecologica che ho seguito con piacere». Una carriera da fotoreporter che durò 20 anni circa e che si concluse con un altro tragico evento: «il finale della mia carriera da fotoreporter lo posiziono invece nel luglio del 2001 con il G8 di Genova. Ho seguito tutti gli scontri e le manifestazioni, fino all’irruzione nella scuola Diaz. Fu una giornata molto faticosa».

«Se stavo lì a cercare di fare delle fotografie era perché per me era importante riuscire a trasmettere quell’immagine, quella storia che ci stava dietro e farla conoscere» ci dice Gianni parlandoci della filosofia dietro la sua arte. L’emozione del momento ti fa vivere questo lavoro con molto rispetto: «Non ci pensi neanche alle conseguenze, cerchi di riuscire a affrontare l’argomento e le persone che ci stanno dentro e che devi fotografare nella maniera più rispettosa: è fondamentale prima entrare in empatia con la persona».
Dopotutto l’esperienza di Fiorito gli ha conferito un approccio da fotoreporter: «Uno dei capisaldi del fotoreportage è che non devi cambiare lo stato dei fatti, ma ovviamente tu hai il filtro della tua comprensione, che cosa hai capito di quella storia. Anche quando vai a raccontare un avvenimento, tu vai a raccontare un avvenimento ma lo vedi con i tuoi occhi: non esiste la fotografia oggettiva».
Eravamo particolarmente interessati anche a sapere dal suo occhio da intellettuale come ha visto cambiare la sua città: «Napoli è cambiata tantissimo da quando ero bambino ad oggi. La prima cesura di questo cambiamento è sicuramente il terremoto: c’è una Napoli prima del terremoto e una Napoli dopo il terremoto. Tra tubi innocenti, strutture che hanno chiuso interi quartieri. Sono arrivati talmente tanti soldi e ovviamente c’è stato uno sviluppo della criminalità conseguente».
Un periodo particolarmente importante di Napoli per Fiorito sono gli anni della giunta Valenzi: «È il momento di una radicale sprovincializzazione della città di Napoli, attraverso quella che fu l’Estate a Napoli. Valenzi riaprì spazi che prima erano interdetti: Castel dell’Ovo, Maschio Angioino, Castel Sant’Elmo, in parte Villa Pignatelli». Ne nacque un fermento culturale che avrebbe segnato quegli anni: «Andavo a vedere le rappresentazioni di Eduardo, il teatro d’avanguardia, ‘Falso Movimento’ di Mario Martone. La musica nasce lì: Napoli Centrale, Pino Daniele, Edoardo Bennato. Il primo film di Troisi è in quegli anni là».
Elogia anche i primi anni di Bassolino sindaco: «In quegli anni nasce il Museo Madre, si decide di fare della costruenda metropolitana un museo a cielo aperto, il centro storico diventa patrimonio UNESCO. C’era il progetto di fare della città un grande contenitore culturale». Al contrario, i tempi recenti non lo fanno ben sperare: «Sono preoccupato: non c’è un indirizzo politico di cosa si vuol fare della città, in questo momento Napoli non è nulla. C’era da immaginare la possibilità di un turismo basato sulla cultura, invece stiamo subendo un turismo povero.Stiamo assistendo a una vendita a poco prezzo di una città intera. Senza preoccuparsi assolutamente di chi poi la vive, chi la dovrebbe vivere quella città: i cittadini».
Dopo vent’anni di carriera da fotoreporter, Gianni ha concentrato poi il suo lavoro sulla fotografia di scena, principalmente seguendo i lavori del regista napoletano Paolo Sorrentino. Non a caso, sulla copertina del suo ultimo libro (‘Lo sguardo attivo di Gianni Fiorito – Fotogiornalismo, fotografia di scena e altri territori’ a cura di Armando Andria, Alessia Brandoni e Fabrizio Croce) Fiorito sceglie una foto dal set de ‘L’Uomo in Più’: «Questa condensa perfettamente tutto il mio lavoro da fotoreporter e da fotografo di scena. In questa foto di backstage Toni Servillo ed Andrea Renzi si stavano dirigendo sul set e avevano sullo sfondo i sette palazzi delle Torre Americane di Castel Volturno: uno scandalo di cui mi ero nutrito per vent’anni».


Di fatti, Fiorito non si limita ad essere un fotografo tecnico, ma a restituire il suo sguardo sull’Italia, sempre con quell’approccio da fotoreporter che non l’ha mai abbandonato: «Anche nel mio lavoro di fotografo di scena, ho sempre avuto una mia attenzione di cercare di rappresentare come il cinema racconta il territorio italiano e viceversa. Da fotoreporter, avevo una mia capacità di sintesi che mi permetteva di cercare subito la foto che mi desse la chiusura di quella storia che nel film si sta raccontando». Ci spiega anche un po’ meglio come si inserisce questa figura all’interno della grande macchina cinematografica: «Il cinema è un lavoro collettivo. L’unico che è estraneo a tutta questa baraonda è il fotografo di scena, che non partecipa alla costruzione della scena. Io devo interpretare, ma sempre tramite la visione di quello che vuole raccontare il regista».
Leggi anche: INTERVISTA. Gianni Fiorito, l’occhio discreto ed invisibile del cinema di Paolo Sorrentino
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...