
La Camera dei Deputati ha dato il via libera all’unanimità alla riforma dell’articolo 609-bis del codice penale, riscrivendo l’intera disciplina del reato di violenza sessuale e introducendo il principio cardine del consenso libero e attuale. Un cambiamento definito dalle associazioni come una “rivoluzione culturale”, frutto di un accordo politico raro: la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein hanno infatti promosso un testo condiviso, sostenuto trasversalmente dai gruppi parlamentari.
La riforma, inserita in un emendamento presentato dalle deputate Michela De Biase (Pd) e Carolina Varchi (FdI), stabilisce che ogni atto sessuale compiuto senza un consenso esplicito, fermo e riferito a quel preciso momento costituisce violenza. Il nuovo impianto normativo mantiene le aggravanti già previste, ma chiarisce che il reato sussiste ogniqualvolta si abusi della vulnerabilità fisica, psicologica o di contesto della vittima. Viene inoltre introdotta la nozione di “particolare vulnerabilità”, riferita a condizioni personali, familiari o ambientali che possono rendere meno libero un eventuale “sì”.
Si tratta di una svolta che avvicina l’Italia a modelli adottati in oltre venti paesi europei, ma soprattutto di un cambio radicale di prospettiva nella prassi giudiziaria. Finora l’istruttoria nei casi di violenza partiva spesso dalla ricerca di segni fisici — lividi, abrasioni, ferite — e dalla domanda implicita: la vittima ha resistito? Con la nuova norma il punto di partenza diventa un altro: quella persona ha potuto scegliere davvero?
Gli inquirenti dovranno dunque analizzare il contesto, i dialoghi, gli stati d’animo, un eventuale stato di alterazione, il tipo di relazione tra vittima e imputato. La mancanza di violenza fisica non potrà più essere interpretata come elemento a sfavore della denuncia. A crescere sarà invece il peso della testimonianza della vittima: se il reato si fonda sul consenso, il suo racconto — sensazioni, movimenti, silenzi, dinamiche relazionali — diventa determinante. Questo comporta però una duplice conseguenza: da un lato una maggiore credibilità riconosciuta al vissuto della persona offesa, dall’altro una valutazione più complessa in assenza di prove esterne.
La sfida principale per magistratura e investigatori sarà distinguere tra narrazioni coerenti e narrazioni influenzate da fattori emotivi o suggestivi. Parallelamente, per la difesa degli imputati il percorso diventerà più articolato: non basterà negare la violenza, ma occorrerà spiegare quali elementi inducevano a ritenere la persona consenziente. Non si tratta di un ribaltamento formale dell’onere della prova, che rimane in capo all’accusa, ma cambia il modo in cui la dinamica del fatto dovrà essere ricostruita.
Se una persona teme ritorsioni, dipende economicamente o emotivamente dall’autore, o vive una condizione di paura, quel consenso può dirsi valido? Sono interrogativi complessi che la giurisprudenza dovrà affrontare caso per caso, delineando negli anni i confini tra atto sessuale lecito e reato.
Tra gli effetti più immediati della riforma c’è l’abbandono definitivo di stereotipi radicati nei processi per violenza sessuale. Domande come “come eri vestita?”, “perché non hai resistito?”, “avevi bevuto?” diventano riconoscibilmente espressioni di pregiudizi culturali e non parametri di valutazione. La vittima non dovrà più difendere la propria credibilità contro impliciti sospetti di complicità, ma sarà trattata come soggetto portatore di diritti, non di colpe presunte.
Per Schlein si tratta di “un grande passo avanti per il Paese”, un’occasione per dimostrare che su temi fondamentali le divergenze politiche possono essere messe da parte. Meloni ha parlato di un accordo “necessario e doveroso” in un Paese che ancora combatte percentuali altissime di violenza di genere.
Resta ora l’esame del Senato, ma il voto unanime della Camera rappresenta già un segnale potente. La riforma non cambierà solo il codice penale: potrà incidere su mentalità, linguaggi, prassi educative. Liberarsi da stereotipi radicati richiederà tempo — forse un ricambio generazionale — ma la strada è tracciata. E per molte donne questo non è soltanto un cambio di legge, ma l’inizio possibile di un modo diverso di essere ascoltate e credute.
articolo di Claudia Campana e Mariafrancesca Cafarelli
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