
Scomunica ai mafiosi: per il Vaticano è compito dei vescovi italiani. Sono passati dieci anni – era il 21 giugno 2014 – dalla visita di Papa Francesco alla diocesi di Cassano allo Jonio, in Calabria. Dopo aver visitato incontrato i detenuti del carcere di Castrovillari e i preti in cattedrale, il pontefice concluse la giornata con la messa nella Spianata dell’area ex Insud di Sibari dove si scagliò contro la malavita organizzata: «La ’ndrangheta – disse Francesco – è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! […] Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!»
Ben venti anni prima era toccato a Giovanni Paolo II alzare la voce contro la mafia, durante la visita pastorale in Sicilia, al termine della messa nella valle dei templi di Agrigento. Un grido forte contro la criminalità, che l’anno precedente aveva assassinato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con le relative scorte e qualche anno prima il giudice Rosario Livatino.
«Che sia concordia in questa vostra terra! Concordia (il riferimento era al tempio della Concordia, ndr) senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime! Che sia concordia! […] E questi (i mafiosi, ndr) che sono colpevoli di disturbare questa pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»
Nel mese di agosto 2016, durante il Giubileo della Misericordia, con il motu proprio Humanam progressionem, il papa aveva istituito il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale all’interno del quale, nel 2021, si era costituito il Gruppo di lavoro sulla scomunica alle mafie con l’obiettivo di approfondire il tema, collaborare con i Vescovi del mondo, promuovere e sostenere iniziative. Il Gruppo è oggi composto da Vittorio V. Alberti, filosofo e storico, Rosy Bindi, già presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 2013 al 2018, don Luigi Ciotti, presidente di Libera, Associazioni nomi e numeri contro le mafie, don Marcello Cozzi, prete lucano antimafia, don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, mons. Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale, il magistrato Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma dal 2012 al 2019 e padre Ioan Alexandru Pop, prete cattolico di rito ortodosso, esperto di diritto canonico.
La scomunica da comminare ai mafiosi doveva essere latæ sententiæ, che non ha bisogno, cioè, di essere dichiarata dall’autorità ecclesiastica perché sia efficace: basta commettere il fatto. Il battezzato scomunicato è fuori della comunione con la Chiesa e non può ricevere né amministrare i sacramenti. I casi previsti dal diritto canonico, nella sua ultima edizione del 2022, prevedono la pena canonica, tra gli altri, per gli apostati, gli eretici e gli scismatici, per chi attenta fisicamente al papa, per chi profana le ostie consacrate, per chi rivela la confessione e per chi procura l’aborto. Ma della scomunica ai mafiosi nemmeno l’ombra. Proprio nel 2022 il papa nomina un nuovo cardinale alla guida dell’organismo pontificio, il canadese Michael Czerny, gesuita, classe 1946. Subito dopo il suo insediamento il porporato aveva messo in attesa la Commissione sulle mafie asserendo che l’impegno precipuo della Santa Sede dovesse concentrarsi sulla ricerca della pace in Europa e poi in Terra Santa.
E la scomunica? Già nel 2021 era pronto un documento che doveva essere portato all’attenzione del Papa. Quei fogli, sulla scrivania di Francesco, non sono mai arrivati. La Commissione, di fatto, non esiste più – l’ultimo documento è del 2021 – e il cardinale Czerny ha declassato la questione definendola «un problema solo italiano». E dunque se ne dovrà occupare la Conferenza Episcopale Italiana che, di fatto, non ha nessuna facoltà di modificare il codice di diritto canonico, che ha valore per la Chiesa universale ed è di esclusiva competenza del papa.
La CEI però, dal canto suo, non è a conoscenza di questo “declassamento” della questione, così come i membri del Gruppo di studio. Il Dicastero per lo Sviluppo Umano integrale, interpellato, risponde che «la commissione a cui fa riferimento non dipende più da questo Dicastero ma è di competenza della Conferenza Episcopale Italiana». «A noi non risulta», rispondono da via Aurelia, dove ha sede la presidenza della CEI. Ma il Dicastero, di nuovo interpellato, «conferma che la commissione passa alla CEI e che serve il tempo necessario per le consegne». Nel frattempo i mafiosi continuano ad entrare in chiesa indisturbati, a fare la comunione, a portate le statue in processione. E gli uomini e le donne delle forze dell’ordine, accanto a giovani, famiglie, preti e vescovi, continuano a finire nel mirino di associazioni criminali rischiando la vita ogni giorno.
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