
Esistono malattie che possono essere curate meglio semplicemente perché vengono scoperte in tempo. Un vantaggio notevole, che però, in Campania, continua a sfuggire a migliaia di cittadini. Sebbene la prevenzione rappresenti il primo argine contro i tumori, nella nostra regione continua a simboleggiare una delle sfide più complesse per la sanità pubblica. Per quanto, infatti, esistano dei programmi di screening gratuiti, questi riescono effettivamente a raggiungere una porzione assai limitata della popolazione regionale, e anche quando gli inviti vengono recapitati, l’adesione resta inferiore rispetto agli obiettivi fissati a livello nazionale ed europeo. E il risultato di tutto ciò qual è? Migliaia di cittadini rinunciano ogni anno a esami che potrebbero consentire di individuare un tumore in fase precoce, aumentando sensibilmente le possibilità di cure.
È questo il quadro che emerge dalle analisi condotte dalla Fondazione Gimbe, basate su dati relativi al 2024 evidenziati dall’Osservatorio nazionale screening. I programmi di screening organizzati dal Servizio sanitario nazionale riguardano il tumore della mammella, della cervice uterina e del colon-retto. Si trattano di esami offerti gratuitamente a tutte quelle fasce di popolazione considerate più a rischio, e rappresentano uno degli strumenti più efficaci per intercettare la malattia prima della comparsa dei sintomi o, in alcuni casi, individuare lesioni precancerose prima che si trasformino in tumori.
Eppure, le cifre raccolte fotografano una situazione che continua a rimanere segnata da profonde fratture territoriali tra il Nord e il Sud dello Stivale. Tra queste, quella più rilevante riguarda l’adesione dei cittadini: nonostante la Regione Campania abbia invitato per lo screening mammografico circa il 91,3% della popolazione interessata – inferiore della media nazionale del 97,3% e al 110,4% della Lombardia – soltanto il 29,6% delle donne coinvolte si è presentato all’appuntamento, a fronte di una media italiana pari al 50%. Dati che, già da soli, sono in grado di spiegare quanto la Campania rimanga ancora distante dagli standard auspicati, e che giustificano perchè la Regione scivoli, su scala nazionale, in terzultima posizione, con alle spalle soltanto la Sicilia e la Calabria.
Eppure, la situazione non è rosea nemmeno per quanto concerne la prevenzione del tumore della cervice uterina. A fronte, infatti, del 117,2% della popolazione target raggiunta in Italia, in Campania gli inviti hanno raggiunto solamente il 91% dei cittadini interessati. Numeri che fanno sì che la Regione confermi, anche in questo caso, il terzultimo posto – fermandosi al 28,7% rispetto al 51% nazionale.
Ma le criticità non finiscono qui: per quanto riguarda, infatti la situazione dello screening del colon-retto – rivolto a uomini e donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni – le indagini scattano una fotografia ancora più cupa. Contro il 94% nazionale, gli inviti in Campania coprono appena il 61,5% della platea. E, come se non bastasse, ad aderire effettivamente al controllo è soltanto il 14,3% delle persone interessate – un numero anche stavolta inferiore alla metà della media italiana del 33,3%. Alla luce di un simile quadro, la Regione occupa dunque la penultima posizione, sia per estensione degli inviti sia per la partecipazione.
Ma non è tutto: i dati riferiti alla Campania, infatti, si ascrivono all’interno di un quadro che, secondo quanto emerge dal rapporto pubblicato dalla Fondazione Gimbe, desta non pochi campanelli d’allarme persino su scala nazionale. Nel 2024 ad essere esclusi dai programmi organizzati – perché non invitati o perché non hanno aderito – sono stati oltre 7,6 milioni di italiani. E, secondo le stime della Fondazione Gimbe, se solo fosse stato raggiunto l’obiettivo europeo di una copertura del 90%, sarebbe stato possibile individuare oltre 50.300 tumori e lesioni precancerose.
Tuttavia, è opportuno segnalare un aspetto essenziale: i dati non comprendono in maniera certificabile tutti gli esami effettuati autonomamente nel privato o nel privato accreditato. Inoltre, è opportuno segnalare anche che questi controlli – come evidenziato ancora da Gimbe – non dispongono di indicatori nazionali omogenei sulla qualità, sugli approfondimenti successivi e sulla presa in carico dei casi positivi.
Insomma, una situazione a dir poco critica, sulla quale non ha mancato di accendere i riflettori il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, il quale ha evidenziato quanto siano “profonde le diseguaglianze territoriali” su scala nazionale, che compromettono inevitabilmente “l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. L’Italia – ha proseguito il presidente di Gimbe – resta molto lontana dall’obiettivo fissato dall’Europa: garantire entro il 2025 una copertura di almeno il 90% della popolazione. Il Piano nazionale di Prevenzione 2026-2031, approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, colloca questo traguardo al 2029, con obiettivi intermedi di almeno il 70% nel 2027 e l’80% nel 2028″.
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