
Sono passati ben 25 anni dal G8 di Genova, dalla morte di Carlo Giuliani, dalla ‘macelleria messicana’ della Diaz e dalla vergogna della caserma di Bolzaneto.
Oltre al ricordo, e al dolore per ciò che il nostro paese in quei giorni ha vissuto, con quella che Amnesty International definí “la più grave sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dal dopoguerra”, ad oggi è necessario comprendere in che modo le strategie e le possibilità di contestazione siano cambiate da quel luglio 2001.
Il G8 di Genova, anticipato nei mesi precedenti dal Global forum di Napoli, prova generale della strategia della tensione messa in atto a luglio, segnò la fine di un movimento, di una generazione.
Ma è stata anche l’ultima grande manifestazione prima che i social divenissero centro nevralgico della propaganda e dell’informazione. Nel 2001 utilizzava Internet appena il 27,2% della popolazione italiana. Nel 2024 la quota era arrivata all’89,2%. Al G8, quindi, non esistevano smartphone, dirette social, hashtag o piattaforme capaci di distribuire istantaneamente un video a milioni di persone.

La contestazione del Genoa Social Forum, le comunicazioni, e le informazioni ad esso legate, furono appannaggio quasi esclusivo di telegiornali e quotidiani, che nei mesi precedenti si occuparono di generare un terrorismo mediatico che contribuì a inasprire i rapporti tra manifestanti e polizia.
Una sola fu la piattaforma che si occupò di documentare quei giorni devastanti in supporto al movimento: Indymedia Italia, che raccolse video e foto delle violenze poliziesche. Per la prima volta furono i manifestanti ad agire da protagonisti e al tempo stesso da reporter di ciò che stavano vivendo.
Eppure la diffusione restava limitata agli attivisti stessi, a chi sapeva dove e come muoversi nella rete, fenomeno ancora relativamente nuovo poco diffuso.
Potrebbe apparire cinica come affermazione, ma se i social come li conosciamo oggi fossero esistiti già nel 2001, probabilmente la morte di Carlo Giuliani non si sarebbe mai verificata.
Le condizioni di scontro di cui la morte di Carlo è stata diretta emanazione avrebbero mutato la propria forma se tutto fosse stato debitamente ripreso sin dal primo giorno di proteste ed immediatamente denunciato con i mezzi che sono ad oggi a nostra disposizione.
Sappiamo però che la storia non si fa né con i se, né con i ma. Ciò che invece possiamo fare è essere coscienti degli strumenti che abbiamo ogni giorno fra le mani e delle loro, seppur limitate, possibilità.

I social hanno permesso una sorta di “piccola democratizzazione” dell’informazione. Essa non è più legata intrinsecamente a grandi editori o partiti politici, bensì ceduta in parte ai cittadini, non necessariamente giornalisti, che attualmente con un semplice telefonino sono in grado di raccontare la verità, e in alcuni casi – algoritmo permettendo – di farsi ascoltare.
Il G8 di Genova è stato un evento di contestazione unico nel suo genere perchè per l’ultima volta nella storia italiana le forze dell’ordine e le autorità hanno potuto muoversi nella quasi totale impunità, avendo come delatori affidabili sono alcune fotocamere e alcuni giornalisti, e non una schiera di telefonini pronti a testimoniare da ogni angolazione se Carlo Giuliani in quel momento fosse davvero in procinto di lanciare quell’estintore o meno.
Si badi bene: come in passato abbiamo già avuto modo di ribadire, i social non rappresentano un campo libero, neutro ed esente da propaganda o distorsioni legate alla detenzione del potere economico.
Certo è che la diffusione immediata di contenuti, come strumento costruttivo per la contestazione (e talvolta distruttivo) non può e non deve essere ignorato. Perchè ad oggi la battaglia politica, e la tutela dei diritti civili (particolarmente in materia di arresti e difesa) si giocano soprattutto, volente o nolente, su questo campo e sulla capacità di utilizzare gli strumenti digitali, quandanche si faccia riferimento a piattaforme private ed ostiche a un certo tipo di contestazioni.

I social non sono un mezzo infallibile di difesa o attivismo, soprattutto se utilizzati in assenza di una partecipazione fisica e personale alla contestazione, eppure è indubbio che il loro sviluppo abbia sottratto, se non chiunque, molti, dall’impunità perpetua da sempre riservata ad alcune frange della popolazione, implementando la vigilanza democratica ed attiva sull’agere del potere.
I casi più recenti, che hanno visto la morte di Abderrahim Fakir negli ultimi giorni, e di Abderrahim Mansouri qualche mese fa, ne sono una dimostrazione.
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