
«Tenetevi le mimose, non è quello che desideriamo. Quest’anno scioperate con noi perché ci vogliamo vive e libere e non povere, sfruttate, uccise». Dirette ed essenziali sono le dichiarazioni di Francesca Margherita Sapere, studentessa di 19 anni a Napoli. Lo sciopero di cui parla è quello dell’otto marzo.
Una data fondamentale, sottolinea Francesca, che assume significato solo se realizzata come una giornata di lotta e visibilità contro la violenza patriarcale e attraverso uno sciopero globale dal lavoro produttivo e riproduttivo. Uno sciopero transfemminista che permette di guardare alla società e di scomporla per rintracciare quei meccanismi che rendono possibile la violenza maschile sulle donne, lo sfruttamento economico e la discriminazione per la comunità LGBTQIA+. Abbiamo chiesto a Francesca del perché questa data sia considerata poco, la risposta è immediata, rifiutando ogni possibile sotterfugio «L’utilità della lotta femminista è stata sottovalutava perché la riflessione sul pensiero femminista nel corso del tempo è stata relegata a spazi di dibattito privilegiati o banali, e questo non solo ha causato una generale incapacità ad adoperare questa riflessione nella realtà, ma ha rafforzato ancora di più la presenza di un femminismo che non tiene conto del modo in cui le varie discriminazioni si intersecano». Continua seria: «Questo tipo di femminismo ha senz’altro impoverito l’essenza del femminismo stesso, proprio perché non ha intenzione di mettere in discussione i sistemi di sfruttamento e discriminazione che sono violenti nei confronti delle soggettività marginalizzate».
Incandescente è la presa di distanza da questo femminismo che definisce “snaturato” perché cieco alle responsabilità storiche di un potere che ci vorrebbe sempre più individualisti, per questo ci dice che «Quel tipo di femminismo che ignora il dolore delle donne palestinesi a causa di assunti neocoloniali, quel femminismo che esclude le donne trans a causa di una transfobia interiorizzata, quel femminismo abilista che non permette a donne disabili di uscire da situazioni di violenza a causa di CAV non preparati, quel femminismo che ignora la questione di classe inclinandosi sempre di più verso tendenze neoliberali di raggiungimento del benessere individuale non è femminismo. Non usiamo le parole in modo sbagliato. Si tratta solo di un modo con cui l’élite cerca di imbellettarsi».
Francesca, attivista di Lisistrata, collettivo transfemminista intersezionale di Salerno, non esita ad affermare che la lotta di cui parliamo è anche e soprattutto resistenza ai tentativi del governo Meloni di imporre la propria visione di società, pertanto avverte: «E proprio quando siamo sempre più spinti a chiuderci in noi stessi e a vedere l’altro come minaccia, l’otto marzo deve diventare un punto di intersezione, un melting pot di consapevolezza che spinga verso l’abbattimento della violenza sistemica da parte delle istituzioni. L’otto marzo è convergenza, l’otto marzo è un atto di amore e unione delle realtà oppresse».
Su questo significato dell’otto marzo Francesca ci saluta. Bisogna ora capire come si muoverà il segretario della più grande confederazione sindacale del nostro paese. Un segretario che mai ha sottolineato l’importanza di questa data né supportato realmente queste iniziative, forse inconsapevole del fatto che, se i soggetti di cui parliamo decidono di fermarsi è il mondo che si ferma. In questo senso l’otto marzo diventa, per Francesca e tante altre, lotto marzo.
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