
La situazione dei giovani d’oggi è completamente a rischio: lavoro precario, affitti improponibili, stipendi da fame e zero speranza di riuscire a vedere la famosissima “pensione“, cosa che per noi forse rimarrà un’utopia. Chi è nato dopo il 1990 e oggi lavora – o tenta di farlo – in Italia, rischia seriamente di non vedere mai una pensione dignitosa. Secondo le proiezioni più recenti, per i giovani italiani l’età di pensionamento effettiva potrebbe spingersi ben oltre i 70 anni. L’OCSE ha lanciato l’allarme: chi oggi entra nel mercato del lavoro nel nostro Paese andrà in pensione a 71 anni, il dato più alto d’Europa subito dopo la Danimarca.
Ma non è solo una questione anagrafica: è il sistema stesso ad aver cambiato pelle, spostando il peso della previdenza dalle spalle dello Stato a quelle, fragili, dei singoli lavoratori. Il passaggio dal sistema retributivo al contributivo, sancito dalle riforme degli anni ’90, ha segnato una svolta storica. Se prima la pensione era calcolata sulla media degli ultimi stipendi, oggi tutto dipende dai contributi versati durante la vita lavorativa. Un modello teoricamente sostenibile, ma che ignora un dettaglio fondamentale: il mercato del lavoro attuale non garantisce né continuità né retribuzioni sufficienti.
Molti giovani entrano stabilmente nel mondo del lavoro intorno ai 27-30 anni, dopo anni di studi, stage non retribuiti e lavori saltuari. La continuità contributiva, requisito centrale del sistema attuale, è spesso un miraggio. Secondo l’OCSE, una lavoratrice con un’interruzione di dieci anni nella sua carriera riceverà una pensione del 27% più bassa rispetto a una collega impiegata full-time. In Italia, questo non è un caso isolato ma la regola: tra partite IVA fittizie, contratti a chiamata, tirocini e collaborazioni occasionali, i vuoti contributivi sono una costante generazionale.
Il problema non è solo la quantità degli anni lavorati, ma anche la qualità del lavoro. Lo stipendio medio netto di un under 35 in Italia si aggira attorno ai 1.300 euro al mese, con picchi molto più bassi al Sud. Questo si traduce in versamenti contributivi esigui, che non bastano a costruire un assegno pensionistico sufficiente a garantire una vecchiaia serena.
Il confronto generazionale rende ancora più evidente il divario. I baby boomer, nati tra gli anni ’50 e ’60, hanno potuto contare su un sistema retributivo, carriere stabili nella pubblica amministrazione o nell’industria, e un mercato del lavoro in crescita. Molti sono andati in pensione tra i 58 e i 65 anni con assegni elevati e senza penalizzazioni.
La Generazione Z, invece, si muove in uno scenario opposto: incertezza, stipendi bassi, mobilità continua e un orizzonte pensionistico sfocato. A ciò si aggiunge un dato demografico allarmante: l’Italia ha una delle popolazioni più anziane al mondo, con un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati sempre più sbilanciato. Questo significa che i contributi dei giovani di oggi non solo dovranno sostenere le loro future pensioni, ma anche quelle – sempre più costose – di chi già le percepisce.
L’INPS ha pubblicato negli ultimi anni diverse simulazioni che confermano questa tendenza. Per i lavoratori nati dopo il 1996, che entreranno pienamente nel sistema contributivo puro, il tasso di sostituzione (cioè il rapporto tra ultima retribuzione e prima pensione) potrebbe scendere al 50%, contro il 70-80% garantito in passato. E questo solo a patto che si lavori per almeno 40 anni con contributi continui: un’impresa ardua per chi affronta periodi di disoccupazione, part-time involontario o cambi frequenti di attività.
Secondo il presidente dell’INPS Gabriele Fava, è necessaria una “riforma strutturale che guardi ai giovani”, ma al momento le proposte restano vaghe. Le forme di previdenza integrativa, come i fondi pensione, sono ancora poco diffuse tra i giovani, sia per scarsa informazione sia per impossibilità economica. Molti giovani, semplicemente, non possono permettersi di risparmiare.
Informarsi è il primo passo: simulare la propria pensione sul sito dell’INPS, valutare la previdenza integrativa, conoscere i propri diritti. Ma è necessario anche un cambio di rotta politico. Serve un sistema che riconosca la discontinuità come realtà strutturale, e non come un’eccezione da penalizzare. Servono tutele contributive universali, un salario minimo legale che garantisca una base previdenziale più solida e strumenti di solidarietà tra generazioni.
Se non si agisce ora, il rischio è che una larga fetta della popolazione italiana arrivi alla vecchiaia senza una rete di protezione. E che la pensione, da diritto conquistato, torni a essere un privilegio per pochi. In un Paese dove la pensione sembra allontanarsi sempre più, i giovani pagano il prezzo di un lavoro precario e di un sistema che rischia di escluderli dal proprio stesso futuro.
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