
Quest’anno si è tenuta la XIXXX edizione del celebre Premio Sele d’Oro Mezzogiorno dal 31 agosto al 10 settembre presso il comune di Oliveto Citra (SA) patrocinata dal sindaco Carmine Pignata. Il premio promuove la diffusione di una nuova idea di Meridionalismo atto a sottolineare le potenzialità del Sud Italia senza tralasciare le criticità di questo territorio dando un riconoscimento ai saggi e ai servizi giornalistici riguardanti non solo i problemi ma anche le prospettive di crescita delle regioni meridionali.
Il tema scelto è stato “Dissetarsi”, da intendersi sia in senso letterale perché l’acqua è fonte di sopravvivenza per l’uomo sia in senso metaforico in quanto l’uomo deve dissetarsi anche dal pozzo della cultura per poter comprendere il mondo e migliorarlo. Non poteva mancare, dati i propositi, un talk dedicato a Domenico Rea, scrittore che si autodefiniva meridionalista e che nelle sue opere, con una scrittura “sanguigna” e graffiante, si è impegnato a raccontare la sua «plebe».
Il Sele talk dedicatogli si è tenuto proprio l’8 settembre, giorno della sua nascita, presso l’Auditorium provinciale con la presentazione del volume “L’estro furioso. Domenico Rea da Napoli a Nofi”,edito FedOApress, che racchiude gli atti del convegno tenutosi in onore del centenario dell’autore. Curata dal professor Vincenzo Salerno (direttore del Centro di ricerca di “Domenico Rea”) e dalle dottoresse Oriana Bellissimo ed Eleonora Rimolo, la raccolta di saggi si propone di offrire una visione della poliedricità della scrittura di Rea in una dimensione interdisciplinare, come ha evidenziato l’italianista Rosa Giulio durante il talk.
L’incontro è stato coordinato da Davide Speranza, giornalista de Il Mattino, e sono intervenuti i professori Alberto Granese, Rosa Giulio e Vincenzo Salerno (dell’Università degli studi di Salerno) e il professor Vincenzo Caputo (Università degli Studi di Napoli “Federico II”). Un lavoro sinergico tra le due università che ha riportato Domenico Rea al centro del dibattito accademico poiché, come ha affermato il professor Caputo, «si è capito che è stato fatto molto, ma che c’è ancora molto da fare». Lo studio è volto a smontare alcune categorie critiche, in primis quella del “silenzio reano” dato che nella scrittura giornalistica esiste un altro Rea degno di essere studiato, e a rimettere in circolo altre sue opere meno conosciute.
Domenico Rea ci aiuta ancora oggi a capire la realtà quotidiana e avrebbe raccontato, in questi giorni nefasti per Napoli dove il giovane Battista è stato ucciso a colpi di pistola, la tragedia a modo suo, col suo «furore espressionistico» individuato dal critico letterario Francesco Durante, come ha più volte fatto nelle sue poesie concernenti tragedie italiane e nella sua Nofi, una città-mondo dai valori universali. Dopotutto, il volume prende il nome dal racconto eponimo presente nella raccolta “Gesù fate luce” dove la storia narrata ricorda il sintagma femminicidio-suicidio sempre più attuale, una furia incontrollata che Rea sapeva trasmettere molto bene attraverso il suo «purissimo realismo creaturale» e la sua attenzione per le varie realtà sociali.
E il suo “estro furioso” è arrivato anche al Pasolini-regista de Il Decameron, film del ’71 influenzato dal celebre saggio reano “Boccaccio a Napoli”. L’incontro è stato un ulteriore momento di riflessione arricchito dalla presenza di Lucia Rea, figlia dell’autore, che ha raccontato del suo rapporto complesso con il padre. Grazie all’ospitalità del Premio Sele d’Oro Mezzogiorno, il lavoro di rilancio su Domenico Rea ha ricevuto un importante riconoscimento e, soprattutto, una spinta ulteriore per continuare la ricerca e lo studio di questo grande autore meridionalista.
di Antonia Erica Palumbo
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