
È passato ormai più di un mese dall’inizio dei corsi di Medicina presso le Università di tutta Italia.
A partire dal 1 settembre, circa 65 mila studenti continuano a sperimentare sulla loro pelle le novità introdotte dalla recente riforma del “semestre filtro”, adottata con il DL 71/20 25 e successivi decreti ministeriali. La riforma prevede che il percorso sia comune a tutti gli studenti e che la durata sia di tre mesi, da settembre a novembre. In questo periodo sono stabiliti tre insegnamenti obbligatori -chimica, fisica e biologia- al termine dei quali si sosterranno esami scritti, identici a livello nazionale, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. Sulla base dei risultati sarà poi stilata una graduatoria che decreterà definitivamente chi potrà accedere al secondo semestre del corso di laurea scelto. Si tratta dunque di un cambio di paradigma non indifferente, che sta riscrivendo l’accesso a medicina e alle professioni sanitarie.
Se per alcuni la riforma ha aperto le porte dell’Università, permettendo agli aspiranti medici di familiarizzare con materie e docenti, per altri essa non ha fatto altro che posticipare il momento della selezione e contribuire al peggioramento di aspetti già critici all’interno del sistema universitario. Infatti non sono poche le preoccupazioni sul futuro di tutti gli studenti che risulteranno esclusi dalle graduatorie.
«Per adesso le lezioni si sono svolte serenamente, ma ho paura che non appena si inizierà a seguire da casa ci saranno più problemi» è la dichiarazione di una studentessa, attualmente iscritta al semestre filtro all’Università Federico II di Napoli, dalle cui parole si evince un’altra delle tante peculiarità del semestre-filtro: i singoli Atenei hanno stabilito le modalità di erogazione delle lezioni, optando per la didattica in presenza o per un formato misto, che combina lezioni in presenza e online. Nel caso specifico dell’Università di Napoli Federico II, a partire dal 3 ottobre le lezioni non si terranno più in presenza ma da remoto. Ciò desta forti dubbi su come le spiegazioni possano continuare ad essere adeguate, perlomeno sul piano qualitativo.
Non è serena persino la prospettiva di chi potrebbe ritrovarsi tutt’un tratto a dover cercare casa in un’altra città, poiché risultante nelle graduatorie sì, ma in un’Università più lontana. «Se dovessi essere presa in qualche zona diversa dalla mia dovrei cercare casa e attualmente non saprei come fare, dal momento che i miei genitori non potrebbero aiutarmi e che i prezzidegli affitti sono in continua crescita»
«Ado ggi non possiamo ancora beneficiare di alcune agevolazioni, come l’abbonamento gratuito studenti di Unico Campania per il trasporto pubblico. Viaggiare ogni giorno costa e mi chiedo perché non sia possibile attivarlo, visto che sono comunque all’Università” rivelano altri studenti.
Ma, tra le tante questioni, una non deve essere assolutamente tralasciata: il rischio sotteso nelle nuove modalità è che queste alimentino una competizione tossica tra gli studenti, trasformando l’inizio del percorso universitario in una sfida individuale e solitaria anziché in un’occasione di crescita. La pressione costante, dovuta alla selezione imminente e all’incertezza sul proprio futuro accademico, sta generando una tensione ormai sempre più visibile e condivisa soprattutto sui social. L’idea che si abbiano soli due mesi per esprimere “il miglior studio della proprio vita” attanaglia i ragazzi e, in questo senso, la riforma del semestre filtro si traduce non tanto in un’opportunità di accesso più equo, quanto in una nuova forma di selezione che mette a dura prova la salute psicologica e il diritto allo studio di migliaia di giovani.
Del resto, lo stress psicologico si palesa in maniera sempre più tragica e frequente: non pochi studi statistici hanno documentato una forte correlazione tra stress accademico e ideazione suicidaria.
Il semestre filtro, con tutti i suoi limiti, potrebbe anche aprire spazi di miglioramento rispetto al vecchio test a crocette. Eppure, far dipendere le sorti degli studenti da pochi voti non pare una soluzione diversa dai modelli precedenti. Una riforma davvero coraggiosa allora, più che compiacere la compagine politica, dovrebbe interrogarsi su come valutare le capacità, le motivazioni e le potenzialità in maniera più ampia e continua, restituendo all’università il suo ruolo formativo e non meramente selettivo.
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