
In questi giorni è stato diffuso dall’ associazione Antigone il suo XXI rapporto sulle condizioni detentive nelle carceri italiane, realizzato attraverso 102 visite di monitoraggio svolte in altrettanti penitenziari in tutta Italia. Il quadro che emerge è quello di un sistema penitenziario molto lontano dal dettato costituzionale e che anzi sembra scoraggiare la rieducazione del condannato.
Al 30 aprile 2026 infatti nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1%. Sono inoltre 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia. Infine i posti realmente disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità, nonostante il piano carceri varato dal Governo.
L’aumento delle presenze non dipende però da un aumento della criminalità. I reati in Italia restano stabili e anzi nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%.
Il sistema penitenziario continua a fallire sul terreno decisivo: evitare la recidiva, e cioè che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. La ragione è chiara: solo il 29,3% delle persone detenute lavora. Di queste solo l’85,6% lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori. Mentre solo la restante, minima, parte frequenta corsi volti ad ottenere un diploma scolastico o una laurea.
E in questo clima tocca punte drammatiche il fenomeno dei suicidi in carcere, che nel 2026 sono già stati 24 e degli atti di autolesionismo, che sono realizzati mediamente da un detenuto su cinque.
Secondo la Onlus, la causa principale del sovraffollamento sono i nuovi reati e aggravanti introdotte negli ultimi anni e un ricorso minore al sistema delle misure alternative alla carcerazione, come i servizi sociali.
Dunque per l’associazione è necessario il ripristino di modelli di custodia aperta e della sorveglianza dinamica per ridurre gli atti di autolesionismo e i suicidi tra i carcerati e soprattutto aumentare il ricorso alla detenzione domiciliare per chi ha un residuo di pena inferiore ai 12 mesi.
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