
Tra i tanti temerari politicizzati contestatori della separazione delle carriere, penso, per esempio, alle lungimiranti opinioni espresse di recente dalla sindaca di Genova Silvia Salis. “Io voterò convintamente no al referendum, perché questa è una riforma strumentale: è una riforma che non risolve i problemi della giustizia in Italia, che ha bisogno di efficienza e di velocità. Ed è una riforma che cerca di superare un problema che non esiste, perché dopo la riforma Cartabia solo l’1% dei magistrati fa questo passaggio da procuratore a giudice, che è permesso comunque una volta sola, per cui stiamo parlando di una questione che non esiste nella realtà”.
Sono questi gli argomenti triti e ritriti di chi fugge dal vero cuore del tema, e cerca di confondere le idee con demagogia. La separazione delle carriere deve essere valutata con cognizione di causa dagli addetti ai lavori, non deve essere una questione da dare in pasto ai politicanti. E tra gli operatori del diritto deve essere ascoltata soprattutto la voce di chi, come gli avvocati, subiscono gli effetti di un sistema processuale sbilanciato in favore della pubblica accusa.
A tutti coloro che si riempiono la bocca di parole e principi che non conoscono: sappiate che il sistema accusatorio vigente in Italia prevede una dialettica processuale dove ad un giudice terzo si contrappongono due parti processuali che devono essere sullo stesso piano, ma che oggi non lo sono, pertanto in spregio ai principi del giusto processo previsti dalla costituzione agli articoli 111 e 24. Il primo, in particolare, detta un principio fondamentale che da solo ha la forza prorompente di silenziare tutti i detrattori della riforma: “(…) Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale (…)”. A coloro che temerariamente sostengono che la separazione delle carriere addirittura possa minare l’indipendenza dei magistrati, chiedo: in che modo l’attuazione di un chiaro principio costituzionale, che è l’architrave del nostro sistema giudiziario di tipo accusatorio, può fare ciò?
Secondo costoro, quindi, dovremmo sostenere che l’indipendenza dei magistrati possa essere attuata soltanto attraverso la mancata attuazione di un principio della nostra carta costituzionale?
Fandonie! L’imputato, come ogni cittadino che viene chiamato al cospetto di un giudice, deve avere la sicurezza che chi lo accusa non fa parte della stessa squadra di chi dovrà poi giudicarlo. Concetto di una banalità sconsiderata, eppure volutamente ignorato. I giudici comminano anni di carcere non bruscolini, diceva un decano del mio foro sammaritano.
Quindi la terzietà di chi esercita questo potere deve essere la stella cometa che orienta il processo. Non devono esserci ambigue affinità tra magistratura giudicante e pubblica accusa, non devono esserci contiguità, frequentazioni, solidarietà, ammiccamenti. Chi accusa….accusa….chi giudica…giudica… Questa riforma, probabilmente, non risolve i problemi strutturali della macchina amministrativa della giustizia, tra essi in primis la spudorata lentezza dei processi sia penali che civili. Ma questo non significa che non sia una riforma giusta.
Per un contributo costruttivo al dibattito, invito a leggere le parole di Alfonso D’Avino, procuratore di Parma dal 2018, in servizio da 41 anni: “Al referendum voterò Sì. Da procuratore della Repubblica non vedo nella riforma costituzionale alcun pericolo per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, in particolare del pm. Dai miei colleghi sento dire tante bufale. Non solo sono favorevole alla separazione delle carriere, ma ritengo che il sorteggio per il Csm sia la parte migliore della riforma… non ci vedo nulla di scandaloso che ci siano magistrati che si specializzano nel fare i giudici e altri nel fare i pubblici accusatori (….)”.
Amen…. e buon referendum a tutti. Io voterò Sì.
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