
C’è un Italia efficiente, efficace, dove servizi come la sanità e il trasporto pubblico funzionano, presentando numeri simili a quelli di altri Paesi europei; e un’altra che a fatica pedala, reggendosi a malapena in piedi. È la vecchia discrepanza che esiste tra il Nord e il Sud della penisola, tutt’oggi ancora esistente. Un discorso entrato di nuovo a far parte delle agende politiche dei principali partiti soprattutto dopo l’approvazione della legge sull’Autonomia differenziata nel giugno del 2024, una misura subordinata alla definizione e al raggiungimento dei LEP (Livelli essenziali delle prestazioni), ovvero standard minimi di servizi da garantire in maniera omogenea sull’intero territorio nazionale. Requisiti difficili da ottenere per alcune regioni come la Campania, e in particolare per alcune aree al suo interno, il cui mancato raggiungimento sta ulteriormente influendo sull’affossamento del Mezzogiorno. Numeri ancora lontani per esempio per quanto riguarda i servizi sociali, che in alcuni comuni della regione sono letteralmente al collasso.
Nella Legge di Bilancio 2021 è stato stabilito il LEP di un assistente sociale per ogni 5mila abitanti, obiettivo che permetterebbe agli enti locali di ricevere nuovi fondi e risorse economiche. Si tratta di una vera e propria utopia se però si fa riferimento al comune di Giugliano, che, con una popolazione di circa 130mila abitanti, ne dovrebbe avere a disposizione almeno 25. La realtà, però, è ben diversa: la seconda città più popolata della Campania può fare affidamento soltanto su meno della metà delle figure necessarie. È qui che si verifica un enorme paradosso. Marco Esposito, autore di “Zero al Sud – La storia incredibile (e vera) dell’attuazione perversa del federalismo fiscale” e condottiero di battaglie sul tema pubblicate in passato sulle pagine de Il Mattino, lo ha raccontato ai nostri microfoni, parlando proprio dei servizi sociali: «Il procedimento ordinario dei LEP è questo: un comune riceve soldi per assumere assistenti sociali, e nel caso in cui non riuscisse interverrebbe lo Stato con una sorta di commissariamento. Dopodiché, i comuni che hanno raggiunto l’obiettivo minimo possono ricevere il finanziamento, a differenza di quelli come Giugliano che non hanno centrato l’obiettivo. È un meccanismo al contrario, che non fa altro che aumentare il divario già esistente tra i territori».
Gli enti locali si trovano così impantanati tra il cercare di puntare alla stabilizzazione dei dipendenti e il rispetto del bilancio. «Chi deve far quadrare i conti si trova a dover rispettare due norme contrapposte: da un lato c’è il rispetto del livello essenziale della prestazione, dall’altro l’equilibrio economico» continua Esposito, che si è poi soffermato su un altro elemento piuttosto ambiguo del federalismo fiscale, ovvero considerare la spesa storica effettuata da ogni singolo ente come misuratore del fabbisogno standard di un servizio in una determinata area. Cosa significa esattamente? L’autore di Zero al Sud afferma che «il principio generale è dare ad ogni comune i soldi necessari in base alle esigenze dei cittadini. Il Sud ne è uscito penalizzato perché come criterio è stato scelto quello della spesa storica: se un comune avesse speso poco o niente per il trasporto pubblico locale, per gli asili nido o, appunto, per gli assistenti sociali, allora avrebbe significato che quel servizio non serviva. Avrebbe significato che nei posti dove non ci sono risorse economiche da investire, il fabbisogno è pari a zero. È evidente che al Sud ci sono pochi assistenti sociali non perché non servano, ma semplicemente perché non ci sono mai stati i fondi per poter attivare al 100% il servizio. La spesa storica è diventata così la grande trappola nei confronti del Mezzogiorno». Secondo Esposito, la strada da seguire per diminuire il distacco con le regioni del Nord è quella intrapresa per gli asili nido, ai quali sono stati destinati ulteriori fondi certi che permetteranno di raggiungere il LEP nel giro di qualche anno.
Dagli ultimi dati completi e aggiornati dell’Istat, è possibile constatare l’ampia differenza che sussiste nei servizi sociali tra diversi comuni italiani. Nel complesso, dunque, l’Italia presenta un welfare profondamente diseguale nel settore. Nel 2022 i comuni hanno speso in totale ben 10,9 miliardi di euro; la media è di 150 euro pro capite per abitante, ma dietro questo numero si nasconde un divario enorme tra Nord e Sud. Nella provincia di Bolzano, per esempio, la spesa per abitante è di 607 euro; in Calabria, invece, essa si ferma a 38 euro. Nelle cinque macro-aree considerate dall’Istat, Nord-Est, Nord-ovest, Centro, Sud e Isole, emergono queste medie: 207 euro pro capite al Nord-Est; 162 euro nel Nord-ovest; 165 euro nel Centro; 144 euro nelle Isole e 78 euro al Sud. Inoltre, al Nord il 60% dei costi in servizi sociali è coperto da risorse comunali, mentre nel Mezzogiorno solo un terzo è finanziato dagli enti locali, il che obbliga ancora di più le regioni del Sud a dipendere da fondi nazionali ed europei. In Campania la cifra spesa per abitante è ancora più bassa, fermandosi a 70-71 euro.
Inoltre, dal 2020 al 2023, il numero degli assistenti sociali è cresciuto soltanto al Settentrione: secondo uno studio del Parlamento pubblicato all’inizio del 2025 sull’attuazione del LEP di assistenza sociale, per centrare i LEP al Sud servono ancora più di mille assunzioni in 228 ATS (Ambiti Territoriali Sociali); mentre per rispettare anche il requisito di stabilità (tempo indeterminato) ne servono quasi 3mila. In generale, in Campania sta aumentando la quota di personale non stabile, e dove il personale è precario non si riesce ad accedere pienamente ai fondi vincolati agli standard dei LEP. «Questa è la situazione che c’è, molto grave per chi ha un anziano non autosufficiente o per una donna che ha bisogno di assistenza. Le storie di difficoltà qui diventano più tragiche, perché i servizi, per ragioni tecniche complesse, non vengono garantiti» dice ancora Esposito. In effetti, tra le categorie più penalizzate c’è proprio quella degli over 65: la spesa media per ogni residente over 65 è di circa 40 euro al Sud, 94 euro al Centro, 86 euro al Nord-ovest e 174 euro nel Nord-Est. Agli estremi, si passa da 1459 euro per anziano nella Provincia di Bolzano a 19 euro in Calabria.
C’è però un numero positivo in Campania dal quale partire: Napoli si conferma la città più attiva in quanto a investimenti in spesa sociale, ricevendo e spendendo 132 euro per abitante, poco meno della media nazionale. A raccontarlo sono stati diversi operatori sociali intervistati da Informare. «Oggi, rispetto ad anni fa, la situazione è un po’ migliorata. Nel corso di tre anni sono state fatte molte assunzioni grazie a diversi concorsi. Siamo ancora pochi rispetto agli standard da rispettare su carta, e per questo a volte i comuni si riferiscono a cooperative ed enti del terzo settore per sopperire ad alcune mancanze e perché non si riesce ad avere una stabilizzazione interna completa» dice un’assistente sociale che preferisce restare anonima e che lavora attualmente nel capoluogo partenopeo, con esperienza anche in altre province campane come Benevento, dove paradossalmente in passato ha fatto i conti con una situazione di precarietà lavorativa più elevata. È d’accordo con lei un altro operatore sociale che lavora in provincia da anni: «L’obiettivo di un assistente sociale per 5mila abitanti non lo raggiungeremo a breve, ma se prima facevamo letteralmente i salti mortali per gestire tutte le cose da fare, oggi il carico di lavoro si è sicuramente ridotto».
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