
Una firma per un diritto umano: Good Clothes, Fair Pay
Nell’atto del comprare si palesa di rado qualche interrogativo su chi abbia portato a termine quel prodotto. L’impulso dell’acquisto non lascia spazio a riflessioni legate alla realizzazione dei capi.
Ti sei mai fermato a pensare a chi ha fatto i vestiti che indossi?
Ti sei mai chiesto perché costano così poco?
Questi due quesiti sono ben connessi tra loro perché la gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile oggi vive in povertà. Lunghi orari di lavoro e una paga misera non consentono a queste stesse persone di vivere in alloggi sicuri, accedere ai medicinali di base e concedere una degna istruzione scolastica ai propri figli. Purtroppo, e fin troppo spesso, non riescono a sostenere la famiglia e per questo sono costretti a far lavorare anche i propri figli che s’interfacciano con una tutela lavorativa ancor più infima di quella riservata agli adulti. Sono anni che il mondo del fast fashion procede ad avvelenare noi ed il nostro pianeta senza una legislazione che eviti a semplici vestiti di diffondere fame e povertà.
A giugno 2022 è stata registrata un’iniziativa per ricevere dall’Unione Europea una regolamentazione su salari dignitosi nei settori dell’abbigliamento, del tessile e delle calzature. La campagna, intitolata Good Clothes, Fair Pay ha iniziato a raccogliere firme dallo scorso 19 luglio e ha come obiettivo finale 1 milione di firme tra i cittadini dell’UE per sollecitare una legislazione che decreti un salario dignitoso a 70 milioni di lavoratori.
L’iniziativa in sé si basa su questi principi:
Attualmente questa iniziativa voluta dai cittadini europei soddisfa le condizioni formali e la Commissione la ritiene giuridicamente ammissibile ma in questa fase non ne ha ancora analizzato il merito. Se si riusciranno a raccogliere firme in almeno sette Stati membri, la Commissione sarà tenuta a reagire e potrà decidere se dare o meno seguito alla richiesta, giustificando la decisione.
A favore dell’iniziativa c’è la recente inchiesta realizzata da Channel 4 contro Shein, il colosso cinese, accusato di sfruttamento. Giornalisti sotto copertura sono entrati nelle fabbriche e ne hanno scoperto l’oscura realtà. Turni da 18 ore lavorative, un solo giorno libero al mese per un salario di appena 550€. Uno stipendio disumano, 3 centesimi per ogni singolo capo prodotto, troppo poco per vivere e ancor meno per sopravvivere. L’inchiesta “Untold: Inside the Shein Machine” mette in luce una realtà già nota del fast fashion ma conferma quella di Shein: una schiavitù quasi gratuita.
Quando ci sono promozioni di vestiti online a prezzi stracciati non significa che costano di meno, semplicemente li paga qualcun altro sfruttato dall’altra parte del mondo. Tutte le promesse fatte dai marchi della moda si sono rivelate parole al vento, non sono mai state messe in pratica perché loro stessi, in primis, non hanno cambiato le proprie pratiche. Non possiamo aspettare che decidano d’agire spontaneamente: servono leggi e obblighi per regolare l’industria tessile.
I marchi devono avere responsabilità legali, i lavoratori devono essere tutelati e ricevere salari degni. Ciò potrebbe avvenire grazie al sostegno della campagna Good Clothes, Fair Pay. Tutti vogliono bei vestiti a prezzi bassi ma siamo sicuri di volerlo a discapito di altri esseri umani?
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