
Negli ultimi anni abbiamo imparato a guardare le etichette, a leggere “sostenibile” come fosse una garanzia. Comprare una maglietta fatta con “cotone biologico” o “materiali riciclati” ci fa sentire un po’ meglio. Ma siamo sicuri che sia davvero così? La risposta, purtroppo, è “non sempre”. E infatti l’Antitrust italiana ha appena multato Shein – il colosso cinese della fast fashion – per pubblicità ingannevole a tema ambientale.
Un milione di euro di multa per greenwashing: dire di essere sostenibili quando non lo si è affatto.
Il punto è semplice: Shein, sul suo sito, vantava iniziative eco-friendly, progetti per ridurre le emissioni, collezioni “consapevoli”, capi riciclabili. Ma quando l’Autorità ha chiesto prove concrete, i conti non tornavano. Pochissimi capi erano davvero realizzati con materiali sostenibili. E pure quei pochi, secondo gli esperti, non erano riciclabili nelle modalità dichiarate. Una bella bugia ben confezionata.
E non è finita lì: mentre Shein parlava di tagli alle emissioni, i numeri reali mostravano l’opposto. Produzione alle stelle, consegne continue in tutto il mondo, e modelli di business basati su quantità industriali di nuovi arrivi ogni giorno. Altro che moda circolare.
Ma non è solo l’Italia ad aver preso provvedimenti. Anche in Francia, poche settimane prima, Shein è stata colpita da una super multa da 40 milioni di euro. Oltre al greenwashing, lì il problema erano le offerte finte: sconti pompati, prezzi di partenza gonfiati per far sembrare tutto in promo. Una pratica scorretta che – diciamolo – abbiamo visto spesso anche su altri siti.
Shein non è sola in questa farsa ecologica. Anche marchi come H&M, Zara e altri nomi noti della moda low cost sono stati criticati – o direttamente denunciati – per pratiche simili. Scrivere “collezione conscious” su un cartellino, mettere qualche pianta verde nei visual della campagna pubblicitaria e usare parole come “eco” o “green” non basta.
Il rischio è chiaro: ci fanno credere che comprare quel vestito a 5 euro sia una scelta responsabile. Ma se lo è per il portafoglio, non lo è per l’ambiente.
Il problema è che queste aziende ci conoscono bene. Sanno che siamo più attenti, che cerchiamo di fare scelte migliori. E allora cavalcano l’onda, confezionando slogan e promesse vaghe per farci comprare di più. È marketing, certo. Ma è anche una presa in giro. Perché se tutto è “green”, nulla lo è davvero.
Questa storia, però, ha anche un lato positivo: le multe iniziano ad arrivare, le istituzioni cominciano a muoversi, l’Europa prepara leggi più severe contro il greenwashing. I consumatori non sono più spettatori passivi.
Se ci tieni all’ambiente, non basta leggere la scritta “riciclato” su un sito. Serve chiedersi: chi ha fatto questo capo? In che condizioni? Quanto è durato il processo produttivo? Quanto inquina spedirlo a casa mia?
La verità è che la moda sostenibile esiste, ma ha bisogno di trasparenza ed informazione, meno slogan. Perché una maglietta può anche costare poco, ma il prezzo reale – ambientale e umano – lo paga qualcun altro. Forse il vero traguardo sarebbe comprare meno e meglio.
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