
Si attende ormai da giorni la risposta di Israele all’attacco dell‘Iran avvenuto circa una settimana fa. La catena di violenza sembra non volersi interrompere, con Netanyahu che rivendica: “Risponderemo, ne abbiamo il diritto”. La risposta israeliana, però, continua a farsi attendere, più del previsto. Israele ha forse rinunciato? O Tel Aviv sta ricevendo pressioni dai suoi alleati che temono una guerra totale? Nel frattempo nella Striscia e in Libano si continua a morire.
La risposta israeliana all’attacco iraniano viene ritardata sempre di più. Alcuni analisti ritenevano che si sarebbe sfruttata la data simbolica del 7 ottobre, ma così non è stato. Questa data è ormai passata e non ci si può non interrogare sulla natura di questo ritardo. Netanyahu, come sempre, non aveva usato mezze misure, usando toni quasi terroristici: “Risponderemo, nessun paese accetterebbe un attacco del genere e neppure Israele lo farà”. Tutte le agenzie continuano a dare l’attacco per imminente, ma nei fatti è ormai passata una settimana. E’ assolutamente improbabile che Israele abbia rinunciato alla risposta; il governo di Netanyahu ci ha abituati a una serie di azioni guerrafondaie contro ogni “nemico degli Ebrei”, che fosse Hamas, Hezbollah, l’Iran o la popolazione palestinese e quella libanese. Le ripetute invasioni, non solo le ultime due della Striscia e del Libano, testimoniano un atteggiamento che potrebbe definirsi imperialista, e contrario a tutte le risoluzioni dell’ONU e della giustizia internazionale. Dunque, se fosse per il solo governo di Tel Aviv, la risposta sarebbe immediata e spietata. E’ da qualche settimana però che notiamo delle frizioni evidenti con alcuni importanti alleati. Gli Stati Uniti non erano stati avvisati delle azioni militari in Libano e contro Hezbollah, e la Francia ha chiesto la fine delle forniture di armi ad Israele da parte del governo americano. E’ evidente dunque che la politica aggressiva di Israele cominci a infastidire gli alleati; chiaramente solo quando si intravede il rischio dell’entrata in guerra di una potenza nucleare come l’Iran, e non quando migliaia di civili muoiono sotto i bombardamenti israeliani.
L’Iran teocratico degli Ayatollah è la massima potenza militare nell’area mediorientale vicina ad Israele, nonché uno dei pochissimi paesi dell’area ad avere una situazione politica apparentemente molto stabile. E’ uno stato fondamentalista, a trazione musulmana sciita, da molti anni sotto i riflettori per le continue violazioni dei diritti umani, soprattutto subite dalle donne e dalle minoranze. E’ l’unico stato, oltre ad Israele, a disporre di un importante arsenale nucleare, di provenienza principalmente russa. E’ inoltre uno degli stati più popolosi dell’area, con una popolazione fedele al governo e al fondamentalismo sciita, per quanto ne sappiamo.
L’Iran è un importante supporter di tutte le milizie antioccidentali del medio oriente, da Hamas ai ribelli Houthi in Yemen fino a Hezbollah, a supporto del quale si è schierato nell’attuale conflitto. Dichiaratamente antioccidentale e antiamericano, è uscito, qualche anno fa, dal programma internazionale di denuclearizzazione, entrando in tensione con gli Stati Uniti. Se l’Iran dovesse effettivamente entrare in guerra, il conflitto rischierebbe di assumere proporzioni enormi. Uno scontro tra due stati a trazione fondamentalista potrebbe in effetti culminare, nel peggiore dei casi, nell’uso di armi nucleari. Anche se ciò non accadesse, una guerra totale tra Iran e Israele destabilizzerebbe in maniera radicale l’intera area, con una potenziale crisi umanitaria senza precedenti. Senza contare, poi, il rischio di escalation tra Occidente e le potenze antioccidentali filoiraniane, come Russia e Cina.
Nelle ultime settimane, i nostri potenti mezzi di informazione hanno lasciato intendere che gli attacchi nella Striscia fossero diminuiti o addirittura cessati. Con Israele concentrata sul fronte nord con il Libano, potrebbe apparire plausibile. Nulla di più falso. Proprio il 7 ottobre scorso Israele ha colpito, con un raid, l’ospedale Al-Aqsa, uno degli ultimi funzionanti a Gaza. Era un centro di Hezbollah, secondo l’IDF. 22 morti e 53 feriti il bilancio. La psicosi anti-terrorismo di Israele continua anche in Libano, dove sono in corso operazioni di terra in tutto il sud del paese, con ulteriori morti civili in un paese già devastato dalle precedenti occupazioni israeliane. I bombardamenti a tappeto stanno facendo del sud del Libano una nuova Gaza. Ci sarebbe persino un avvicinamento di truppe israeliane a delle basi Unifil, con truppe ONU anche italiane. Tutto ciò testimonia che Israele non intende fermarsi nel suo processo di “epurazione dal terrorismo”, passando su tutto e tutti e ad ogni costo. La guerra sembra solo iniziata e, come sempre, a farne le spese saranno sempre gli ultimi e i più deboli. La storia si ripete.
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