
È stata la notizia di primo piano di due giorni fa, meritando l’apertura di tutti i principali siti di informazione e le prime pagine di ieri dei maggiori quotidiani nazionali. Filippo Turetta è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio brutale compiuto nei confronti di Giulia Cecchettin. Conosciamo ormai bene la loro storia a più di un anno dall’accaduto: Giulia aveva espresso più volte il desiderio di staccarsi dalla mania possessiva di Filippo, e lo aveva confidato alle amiche negli ultimi mesi prima della morte; gli voleva bene al punto che le avrebbe fatto male vederlo soffrire dopo la decisione di allontanarsi da lui. Dall’altra parte Filippo, l’assassino, a cui non andava proprio giù il fatto che Giulia potesse fare un passo del genere, considerando la fidanzata quasi come una calamita dalla quale non riusciva proprio a prendere le distanze.
Turetta dovrà scontare i prossimi anni della sua vita in carcere: gli è stata riconosciuta l’aggravante della premeditazione, ma non quelle della crudeltà e dello stalking. E l’opinione pubblica ha “festeggiato” per il risultato della sentenza, ma, tuttavia, chiedeva e voleva di più.
Dopo la lettura della sentenza da parte della Corte d’assise di Venezia, che ha decretato l’ergastolo a Filippo Turetta, l’opinione pubblica si è mostrata super felice ed entusiasta per il risultato, ovvero per il fatto che il ragazzo dovrà scontare parte della sua vita dietro le sbarre. Soprattutto su social network come Facebook o Instagram, durante la giornata di ieri pagine e profili di singoli utenti hanno fatto a gara nel repostare storie di quotidiani che hanno pubblicato la notizia dell’ergastolo e nell’esprimere pareri personali sulla vicenda, la maggior parte dei quali di massima soddisfazione e compiacimento. “Giustizia è stata fatta” o, in napoletano, “afammocc” (“vai a fare in bocca”, espressione utilizzata per mandare a quel paese una persona o per insultarla) sono soltanto due dei commenti apparsi su Ig.
C’è qualcosa che però si cela dietro la richiesta di giustizia delle persone, dietro quell’entusiamo mostrato da due giorni a questa parte: la vendetta. Come se quest’ultima, annessa al lavoro della magistratura, potesse essere in grado di far compiere un salto nel passato e di far tornare Giulia dalla sua famiglia. È bene chiarirlo: giustizia doveva essere fatta. È giusto che Turetta paghi per l’omicidio commesso, è giusto che passi degli anni in carcere. Ma, allo stesso tempo, è giusto accanirsi così tanto contro di lui? È stato giusto essere così vendicativi ed aspettare con gioia la decisione che avrebbe confermato l’ergastolo?
La vendetta non è mai cosa giusta: ce lo ha confermato, per esempio, la stessa classe dirigente italiana quando nel 1981 optò per l’abolizione il delitto d’onore, il quale si basava proprio su di essa. Certo, si tratta di due cose diverse, ma non così diverse di quanto possa sembrare, quasi sovrapponibili. Le carceri dovrebbero avere il ruolo di educare e di riabilitare alla normalità, spesso ci riescono e altre volte no. È giusto che sia adoperato, ripetiamo, per i casi di femminicidi come quello di Giulia. Non sembra essere giusto però il poco senso di maturità e umanità espresso nei confronti di Filippo. Così non siamo tanto migliori di lui.
“La mia sensazione è che abbiamo perso tutti come società, nessuno mi ridarà indietro la mia Giulia, e io non sono né più sollevato né più triste di ieri e di domani. Come essere umano mi sento sconfitto, come papà non è cambiato nulla”, ha detto ai microfoni della stampa Gino Cecchettin, padre di Giulia, dopo il verdetto della Corte d’assise di Venezia.
Dovremmo fissarle bene in testa queste parole, perchè sono l’esempio più giusto da seguire. Come ci sentiamo come esseri umani dopo aver “festeggiato” l’ergastolo di Turetta? Cecchettin senior, quindi uno dei parenti più stretti di Giulia, ha affermato di non essere felice per la punizione inflitta a Filippo. Perché dovremmo esserlo noi? È una sconfitta se pensiamo in questi termini. E abbiamo perso tutti, per riprendere le dichiarazioni del papà di Giulia. In realtà, è malsana e sbagliata l’idea di attendere sentenze del genere per gioire ed esultare. È ora che la società trovi delle adeguate strade da percorrere, non gli inutili convenevoli di cui spesso si parla. Bisogna estirpare le vecchie radici e piantarne di nuove, radicarle bene, che mirino alla diminuzione del fenomeno violenza.
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