
Nel 2024, il dramma delle “morti bianche” continua: sono già oltre 700 i lavoratori deceduti quest’anno mentre svolgevano il proprio lavoro, e la mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro è un’emergenza che non accenna a migliorare. Il governo Meloni, però, sembra avere altre priorità. La nuova legge di bilancio prevede infatti un taglio di ben 2 milioni e 636 mila euro all’anno per il ministero incaricato di potenziare i controlli e la formazione. Una somma che rappresenta una delle riduzioni più consistenti in un settore dove ogni risorsa fa la differenza tra la vita e la morte. Aumentano dunque i dubbi: è possibile che le regole di bilancio possano prevalere sui diritti e sulla sicurezza dei lavoratori?
Era il 13 ottobre scorso quando, in occasione della Giornata nazionale dedicata alle vittime degli incidenti sul lavoro, la ministra del Lavoro, Marina Calderone, dichiarava con fermezza: «Ogni vita umana persa sul lavoro è una sconfitta della società». Purtroppo, solo due giorni dopo, il Consiglio dei ministri approvava una manovra che, invece di aumentare le risorse per evitare incidenti sul lavoro, le riduce. Questo taglio rappresenta un segnale drammaticamente sbagliato in un paese in cui si continua a morire mentre si lavora, una scelta politica che tradisce le promesse fatte per l’esigenza di soddisfare la fame degli imprenditori, e che pone serie domande su quali siano le reali priorità del governo.
Il sistema di vigilanza sul lavoro in Italia è notoriamente sottofinanziato e sottodimensionato. Attualmente, nel nostro paese vi sono solo 4.768 ispettori incaricati di verificare che norme e regolamenti siano rispettati nelle aziende. Di fronte a circa quattro milioni e mezzo di imprese da monitorare, è evidente che questi numeri non sono sufficienti a garantire la sicurezza. I dati parlano chiaro: ben il 74% delle aziende visitate dagli ispettori presenta irregolarità, e nelle verifiche specifiche sulla sicurezza si arriva addirittura all’85% di violazioni. Nonostante la gravità della situazione, il governo Meloni ha deciso di ridurre ulteriormente le risorse destinate al potenziamento dei controlli, rischiando di compromettere anche l’assunzione dei 750 nuovi ispettori previsti dal concorso conclusosi ad agosto, per cui si erano presentate circa settemila candidature.
La mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro ha un impatto concreto sulla vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Tra le vittime recenti c’è Fabio Tosi, un operaio di 34 anni che, il 23 ottobre, è rimasto ucciso in un’esplosione nella fabbrica della Toyota a Bologna. Fabio non potrà mai conoscere la sua bambina, che nascerà a febbraio, e la sua famiglia conserverà soltanto foto e ricordi di lui. Quel giorno, in Italia, hanno perso la vita anche Lorenzo Cubello, suo collega, e Maurizio Misciali, schiacciato da un camion a Galatina. Questi nomi, queste storie, rappresentano il prezzo che si paga quando la sicurezza diventa una voce di bilancio su cui è possibile risparmiare. Bisogna ripensare urgentemente a un mercato del lavoro dignitoso.
A fronte di una situazione così grave, il governo Meloni ha scelto di destinare risorse a settori che non salvano vite, tagliando invece nei settori in cui la vita dei lavoratori è in pericolo ogni giorno. I sindacati hanno espresso la loro indignazione. Maurizio Landini, segretario della CGIL, ha definito i tagli “una presa in giro”. Ma la questione non è solo di principio: i dati dimostrano che il sistema attuale non è in grado di reggere il peso delle verifiche necessarie perché l’organico è scarso e le strutture non sono attrezzate.
Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha parlato di “scandalo inaccettabile per un Paese civile”, richiamando l’attenzione sulla necessità di garantire la sicurezza sul lavoro come diritto fondamentale. Ma il governo Meloni sembra fare volutamente orecchie da mercante.
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