
È appollaiata su un piedistallo, completamente nuda. Silvia Gallerano non abbassa lo sguardo quando gli spettatori entrano in sala, anzi li sfida a guardarla prima che inizi lo spettacolo. Si abbassano le luci, sono cinque i fari puntati al centro del palco, che la illuminano in modo quasi sinistro. “Certo che ci vuole coraggio”, sono le prime parole che dice. Il 3 marzo è tornato in scena al Teatro Duse di Bologna “La Merda” di Cristian Ceresoli e Silvia Gallerano. Lo spettacolo, che valse a Ceresoli la vittoria del Fringe First Award for Writing Excellence di Edimburgo nel 2012, conserva uno spirito avanguardistico. Autoironico e diretto, Ceresoli è un autore interessato a esplorare il lato oscuro della società. Ad oggi, è impegnato a scrivere un libro sul fallimento del sistema patriarcale, quasi un contraltare dialettico al testo de “La Merda”.
Lo spettacolo è infatti un flusso di coscienza “brutale, disturbante e umano”, come lo definì The Times, che conserva la sua forza a più di dieci anni dalla prima replica. Così, il personaggio interpretato da Silvia Gallerano parla ancora a se stessa e al pubblico affrontando i temi della società dei consumi, dell’oppressione patriarcale e della vulnerabilità. A 13 anni dal debutto, il testo, secondo Silvia Gallerano, «continua ad essere attuale, in tutti questi anni, perché è un affresco del contesto che ci circonda». Il pantano desolante da cui il personaggio di Gallerano cerca di risollevarsi è lo stesso di cui scrisse anche Pier Paolo Pasolini. Tuttavia, specifica Gallerano, riesce ad essere sempiterno perché «si colora di precise tinteggiature a seconda del momento storico». Il pubblico, alla quale il personaggio de “La Merda” si confida, oggi può recepire quel testo in maniera differente. Il pantano può essere quello scandalo delle olgettine degli anni del debutto, quello combattuto dal movimento #metoo, fino ad arrivare alla Presidenza Meloni, risuonando in maniera sempre diversa per chi ascolta. Come lavoro attoriale, “La Merda” è una sfida sempre nuova per Silvia Gallerano, che spiega: «non posso farlo se non sono veramente me stessa, svelata, quando lo faccio. Questa è la cifra di tutta l’opera dall’inizio: volevamo raccontare la storia di una ragazza non puntando il dito, ma mettendoci dentro “noi” in questa descrizione».
Lo spettacolo è una tragedia moderna in tre atti: Le Cosce, La Fama e L’Italia. Muovendosi solo con l’uso di maschere vocali, che emergono come nuovi personaggi prendendo posto sulla scena, la protagonista “insegue il suo obiettivo con seriosa ferocia da belva e lucida determinazione assassina”. L’obiettivo ultimo è essere libera: «libera di essere la donna che sono», o «una donna nuova», «una donna con le palle». Coincidendo con un’idea fumosa e distorta di fama, appagamento, magrezza, questo sogno sembra allontanarsi ogniqualvolta la protagonista ci si avvicina. La libertà, in un sistema così oppressivo, si rivela un’illusione.
L’interpretazione di Gallerano, “straordinaria, ironica, infantile, feroce”, secondo The Guardian, viene arricchita dall’esperienza. Con questo testo, Gallerano fu la prima attrice italiana a vincere il premio Stage Award for Acting Excellence, come Best Solo Performer. Negli anni, è cresciuta all’interno del ruolo: «quando vado in scena non so bene cosa succederà: non so se la partitura virerà verso la risata o verso il tragico, quindi anche il viaggio che faccio con le persone davanti a me ogni volta è diverso. Questo è anche ciò che mi ha permesso di farlo circa 700 volte». Poter crescere all’interno del testo è un grande privilegio, agli occhi dell’attrice, che ne coglie sfumature sempre diverse. Questa, secondo lei, è un’occasione di immedesimarsi negli attori della commedia dell’arte, che interpretavano lo stesso ruolo lungo tutto l’arco della loro carriera, trasformandolo quasi in un rito. È anche un modo di apprezzare l’essenza del teatro. «Non si arriva mai alla perfezione: in un certo senso, un’ultima replica è la somma di tutte quelle fatte».
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