
Temo che i social network possano mascherare delle solitudini perché sono conversazioni a distanza, certo, ci aiutano a essere più informati, a verificare in tempo reale la veridicità delle notizie, non potremmo più vivere senza, ma pensare che quella sia la compagnia mi sembra piuttosto critico, soprattutto per dei giovani
(Gad Lerner)
Il social network è un servizio online per la creazione e la gestione di rapporti sociali con comunicazioni testuali o multimediali. Tali servizi creano delle comunità in cui l’iscritto crea una propria bacheca/pagina/profilo e condivide pensieri, momenti, esperienze.
Ogni definizione sembra ormai difficilmente esaustiva per un fenomeno che ha invaso la vita dell’uomo del terzo millennio. Anche un bilancio tra pregi e difetti di questa parte ormai molto rilevante della quotidianità di ognuno potrebbe risultare incompleta e fuorviante. Inevitabile, però, premettere anche che ogni analisi che relega i social a “problema del terzo millennio” ci sembra molto poco completa.
Qualche settimana fa il Parlamento australiano ha approvato una legge che vieta l’uso dei social media ai minori di 16 anni. Norma che rappresenta una novità mondiale e che minaccia multe fino a 50 milioni di dollari australiani (33 milioni di dollari). Le piattaforme social dovranno applicare misure per impedire la creazione di un account a bambini e ragazzi di età inferiore ai 16 anni.
È veramente questa la strada giusta? Un fenomeno che, come dicevamo, ha pregi e difetti, può e deve essere vietato ai minori? Non è di questo parere, per esempio, David Shoebridge, del partito di minoranza dei Verdi, che ha affermato che il divieto potrebbe isolare pericolosamente molti bambini che utilizzano i social per cercare supporto.
Contro un divieto “troppo affrettato” è anche Christopher Stone, direttore esecutivo di Suicide Prevention Australia, che pensa che non sono stati presi in considerazione gli aspetti positivi dei social media nel sostenere la salute mentale dei giovani.
In Italia Camera e Senato discutono su ben quattro proposte di legge per vietare ai minori di 15 o 16 anni l’accesso ai social. Tra gli obiettivi delle proposte in discussione, l’obbligo di identificazione dei minori, di verifica sulle società, la nullità dei contratti stipulati dagli under 15 (tra cui, quindi, la sottoscrizione dell’autorizzazione al trattamento dei dati personali). Inoltre, si vorrebbe regolare la diffusione delle immagini e attivare un canale di comunicazione verbale e testuale con il numero di emergenza per l’infanzia (114).
I social e, più in generale, l’ambiente online sono ormai innegabilmente un nuovo mondo in cui abitiamo, parallelamente a quello “reale”. Tutti, nessuno escluso, anche i nostri bambini. Come in molti altri ambiti della nostra vita sociale, senza i giusti strumenti un elemento così pieno di potenzialità può essere più dannoso che benefico. Per gli adulti, quanto per i bambini, con modalità diverse.
È logico che un bambino che si avvicina ad una così facile possibilità di creare relazioni si apre ad un mondo che è molto più difficile da controllare per i genitori. Come è assodato che bambini, ma soprattutto giovanissimi, potrebbero leggere il mondo dei social in cui l’immagine regna come luogo di comparazione con gli altri, incorrendo nei rischi di ansia, depressione e tanto altro.
Secondo uno studio dell’Università Cattolica e del Ministero del Made in Italy, il 53% dei ragazzi dai 13 anni in su ha avuto esperienze “negative gravi e ripetute” sui social e ha avuto accesso a “contenuti inadatti”. L’uso “problematico” dei social si attesta – per i ragazzi tra gli 11 e i 15 anni – intorno al 10%, con picchi del 20% per le ragazze tredicenni.
Il quadro quindi – senza tener conto di quanto l’utilizzo “problematico” in realtà non abbia limiti d’età – è dipinto proprio come semplicisticamente sindaca spesso l’opinione pubblica, ma non in maniera assoluta. È veramente sufficiente vietare sotto una certa età l’utilizzo dei social per fare il bene dei nostri bambini e dei nostri ragazzi? Qual è l’età in cui un giovane non ha più bisogno di essere tutelato dal male che può circondarlo, anche online?
Come anticipavamo, ci sembra riduttivo dire ai bambini di non accedere a quella che è a tutti gli effetti un’estensione del mondo attuale, senza nemmeno spiegargli perché e per come.
Non sarebbe, forse, più utile educare le nuove generazioni al mondo social e online? Potrebbe essere una strada da intraprendere parlarne in famiglia, parlarne a scuola, così da dare strumenti ai piccoli naviganti? Non sarebbe più fruttuoso formare bambini e genitori insieme?
Solo accanto a quest’opera di formazione e preparazione pratica si può (e si deve) poi ragionare su limitazioni e istruzioni per l’utilizzo, su età di sbarramento e su quando si è pronti ad essere immersi nel mare in rete. Più che preoccuparci di non far accedere i nostri bambini ad un mondo che ha degli elementi negativi, dovremmo provare a debellare tali elementi, quantomeno combatterli.
Per esempio, come si comportano i genitori sui social? Secondo il Journal of Pediatrics pubblicano circa 300 foto dei figli ogni anno, tant’è vero che in Europa il 73% dei bambini sotto i due anni ha già una presenza online.
Probabilmente si riuscirà ad ottenere qualche vittoria nelle battaglie a tutela di bambini e giovani quando si smetterà di puntare il dito e si comincerà a mettersi in discussione, accompagnando le nuove generazioni ad una soluzione che veda prima di tutto l’azione delle generazioni precedenti.
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