
Nato nel 2023, nel Dipartimento di scienze sociali dell’Università Federico II di Napoli, Game of Tech rappresenta un progetto ambizioso che punta allo studio del funzionamento di piattaforme, algoritmi e sistemi di intelligenza artificiali in relazione all’impatto che hanno sulla società. Al centro delle ricerche la volontà di capire in che modo vengono stravolte le interazioni tra i cittadini, in settori quali il lavoro, l’educazione e le proposte di regolamenti di cui si fanno carico gli Stati. Secondo le dottorande e dottorandi diventa impensabile scindere i problemi tecnici dai problemi sociali ribadendo che “da una tecnologia non neutra fa seguito il rinnovamento del concetto di giustizia”. A raccontarci di questa relazione Camilla Volpe, dottoranda in Scienze Sociali e Statistiche.
«La società è in continuo cambiamento: ora stiamo vivendo una sua evoluzione digitale e pensiamo che la ricerca e la conoscenza vadano ridistribuite. Siamo nati all’inizio del 2023 grazie al supporto del nostro Dipartimento che ci ha sostenuti nell’organizzazione di una serie di giornate di studio sul digitale, quando abbiamo voluto creare uno spazio di confronto che potesse valorizzare il lavoro di tanti studiosi, esperti ed enti di ricerca con un focus sul Sud Italia spesso dimenticato. Le prossime giornate di studio saranno dal 18 al 20 dicembre nella sede di Vico Monte della Pietà per parlare di educazione, lavoro e governance».
«Le sfide del digitale sono molteplici e, come Game of Tech, cerchiamo di esplorarle il più possibile in relazione ai nostri campi di studio. Crediamo che alla base di queste sfide ci sia quella identitaria. I dati vengono prodotti dai nostri movimenti (accedere con un account, mettere un like) e alimentano un business che sfrutta la nostra identità e le nostre azioni per targhettizzarci. Mentre navighiamo ignari, veniamo sommersi da pubblicità perfette per i nostri bisogni e per la necessità delle aziende di venderci qualcosa. Shoshana Zuboff lo ha chiamato “capitalismo della sorveglianza”. Anche il problema della privacy è un problema identitario perché questi dati possono essere usati a loro volta per influenzarci. Questa influenza non riguarda gli acquisti; pensiamo allo scandalo di Cambridge Analytica. Per questo ci chiamiamo così: è un Game of Tech. E dovrebbe spettare a noi decidere chi salirà sul trono».
«Le piattaforme digitali sono regolate e strutturati dagli algoritmi. Il termine “algoritmo” si è inserito nella discussione pubblica e viene associato a un’aura magica. Eppure l’algoritmo non fa nessuna magia, è solo la ricetta delle piattaforme digitali: è una sequenza di istruzioni che una macchina segue per risolvere un problema. Gli algoritmi possono diventare strumenti di discriminazione quando sono progettati, addestrati o utilizzati perpetuando trattamenti ingiusti verso un determinato gruppo di persone. Per questo non si possono delegare le scelte agli algoritmi pensando siano imparziali. Esistono studi che esaminano il divario di genere su LinkedIn: se un recruiter vede prevalentemente profili maschili per via dell’algoritmo, probabilmente si verificherà un divario di genere. Ma è solo uno dei possibili esempi. Io credo che lo scontro tra questione di genere e digitale racchiuda anche una questione di potere».
«Ormai impossibile uscire dalle logiche della società digitale. E se, ad esempio, smettessimo di utilizzare le piattaforme, ci priveremmo di un importante spazio di discussione. La consapevolezza potrebbe aiutare: capire cosa succede su queste piattaforme può contribuire a difenderci dai loro meccanismi imperfetti. Dovremmo iniziare a chiederci che tipo di società vogliamo e forse dovremmo evitare di consegnare le piattaforme nelle mani di pochi attori privilegiati e colmare vuoti normativi che lasciano loro carta bianca».
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