
Di fronte al degrado, alla criminalità e all’indifferenza collettiva, c’è chi continua a lottare. Pazzi, li chiamano. Ma forse sono gli unici ancora lucidi.
Castel Volturno, terra ferita, simbolo di abbandono e di rinascita possibile. In questo angolo d’Italia, come in tanti altri luoghi offesi dalle mafie e dal degrado sociale, ogni giorno si consumano soprusi che lasciano segni profondi: nelle carni, nello spirito, nella coscienza. Chi li subisce sperimenta sulla propria pelle il dolore muto dell’ingiustizia. Chi osserva, spesso impotente, finisce invece per inghiottire quel veleno silenzioso che si chiama rassegnazione.
Un pensiero dominante, sempre più diffuso, porta a credere che nulla possa davvero cambiare. È una narrazione tossica che neutralizza la volontà, soffoca il dissenso, e spinge a considerare inevitabile anche ciò che non lo è. È una metastasi sociale: si insinua nelle istituzioni, nella cultura, nella vita quotidiana. Si serve di paure, abitudini, silenzi.
Eppure, c’è un antidoto a questo morbo. Un farmaco raro, spesso deriso o sottovalutato: la speranza. Non quella ingenua, decorativa, da citazione motivazionale. Ma quella profonda, ostinata, concreta, che nasce da una scelta personale e politica di impegno. Chi ancora oggi si batte contro l’illegalità, chi si espone, chi crede nell’associazionismo, chi lavora nei territori dimenticati con passione e tenacia, viene spesso definito un pazzo. In un mondo capovolto, dove l’apatia è considerata saggezza e l’omologazione prudenza, chi sogna diventa un pericolo.
Ma è giusto così. Solo i pazzi possono curare un mondo impazzito.
Singolarmente ci sentiamo sani, equilibrati, razionali. Ma è nel momento in cui ci muoviamo collettivamente che, talvolta, smarriamo lucidità e direzione. Per questo servono visioni forti, minoranze creative, comunità resilienti. Persone capaci di rompere lo schema dell’inazione, di agire anche quando tutto sembra perduto. Il nostro Paese – e Castel Volturno ne è un esempio emblematico – ha bisogno di questi “pazzi” che fanno politica con la P maiuscola, mossi non dal calcolo ma dalla convinzione, dalla passione, dal bisogno urgente di giustizia.
Oggi, a chi è ancora fermo, in bilico tra la rabbia e il disincanto, non resta che un bivio: continuare a nutrire la rassegnazione, o scegliere l’azione. Qualunque essa sia, purché sia scelta. Purché sia vita.
A tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che ogni giorno resistono, combattono, costruiscono reti, movimenti, associazioni, va il nostro grazie. E l’augurio di trovare la forza per continuare. Perché avete già vinto: avete restituito la speranza a chi l’aveva persa. E ora, non fermatevi.
P.s. E’ un invito a tutte le associazioni, alle persone perbene, ai giovani in modo particolare a fare rete, non contro qualcuno o qualcosa, ma per creare una forte società civile, che insieme alle istituzioni possa creare un argine invalicabile contro l’inciviltà e la criminalità. Un’unica condizione: essere liberi!
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