
Chi sceglie di fare il giornalista in territori complessi come Castel Volturno e come tutte quelle periferie dove la criminalità si insedia nei vuoti dello Stato, ha la fortuna di farlo seguendo delle orme precise. Nella nostra redazione, in una mostra dedicata alle vittime della mafia, c’è un quadro del pittore siciliano Gaetano Porcasi che ritrae Peppino Impastato a ricordarci che chi sceglie di intraprendere questa professione con coraggio raccoglie un’eredità che va onorata quotidianamente. Oggi, a 48 anni dal suo omicidio a Cinisi, ripercorriamo la sua storia di lotta.
Peppino aveva 15 anni quando decise di prendere una strada diversa da quella della sua famiglia. Luigi Impastato, suo padre, era un mafioso per tradizione familiare. Sua sorella aveva sposato Cesare Manzella, capomafia di Cinisi, il paese a pochi chilometri da Palermo dove la famiglia viveva.
Il suo netto rifiuto dell’eredità mafiosa paterna lo portò a scontri violenti con il padre che raggiunsero il loro apice quando il padre lo cacciò di casa, senza però riuscire a costringerlo al silenzio. Nel 1965 Peppino fondò il giornale L’Idea Socialista e aderì al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Nel ’68 fu protagonista, con ruoli da dirigente, delle attività del Manifesto e Lotta Continua. Il suo attivismo si concentrò sulla battaglia per la difesa del lavoro, accanto ai lavoratori edili, ai disoccupati e ai contadini espropriati dalle terre per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi.
Nel 1976 contribuì a fondare il gruppo Musica e Cultura, uno spazio aperto di confronto e di espressione artistica e musicale dedicato ai giovani.
Nel 1977 nacque Radio Aut e fu la definitiva cassa di risonanza per la sua battaglia: liberare Cinisi dalla mafia. Radio Aut fu uno spazio di denuncia radicale dei crimini e degli affari mafiosi. La trasmissione di punta della radio era “Onda pazza a Mafiopoli”, nella quale – attraverso la satira – Peppino sbeffeggiava politici, mafiosi, potenti e affaristi. Tra questi, il capomafia che aveva preso il posto di Manzella, Gaetano Badalamenti, a cui suo padre era legato.
Quello stesso anno, Luigi Impastato morì investito da un’auto, un incidente su cui non è mai stata fatta luce. Eppure, è facile ricostruire che la sua morte sia collegata al suo fallimento nel cercare di distogliere il figlio dal suo impegno sociale e ai suoi tentativi di difenderlo dalle minacce dell’organizzazione criminale. Ai funerali del padre, Peppino si rifiutò di stringere la mano ai boss di Cinisi.
Peppino continuò le sue battaglie, candidandosi e venendo eletto, pochi mesi dopo, alle elezioni per il Consiglio comunale di Cinisi, nella lista di Democrazia Proletaria. In consiglio, però, non ci entrò mai. Il suo corpo fu fatto esplodere con una carica di tritolo sui binari della ferrovia Palermo – Trapani, la notte del 9 maggio del 1978.
Le indagini per il suo assassinio subirono diversi tentativi di sviamento. Solo nel 2001 per il suo omicidio venne condannato a 30 anni di carcere Vito Palazzolo, vice del boss Badalamenti, anch’egli condannato all’ergastolo un anno più tardi.
Oggi l’epitaffio inciso sulla sua tomba recita così: “Rivoluzionario e militante comunista – Assassinato dalla mafia democristiana”. A 48 anni di distanza dalla tragedia possiamo dirci con certezza che la mafia ha fallito. Quello che voleva essere un monito preciso nei confronti di chi sfida il potere mafioso è diventato un esempio per chiunque, ancora oggi, continua a farlo. Peppino ci ha insegnato a dare fastidio, noi ci auguriamo di farlo ogni giorno al nostro meglio.
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