
Non sono mai stato affezionato alle ricorrenze, specie quelle dove si ricordano persone o personaggi legati alla storia. Penso che una persona come Pier Paolo Pasolini, difficilmente possa finire in un dimenticatoio: la sua traccia è viva, nonostante lo strato di polvere del tempo che passa.
Oggi, a cinquanta anni esatti da quella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 in cui Pier Paolo Pasolini venne ucciso all’Idroscalo di Ostia — un fatto che resta ancora “una ferita aperta nella coscienza nazionale” secondo la stampa — sento forte il bisogno di tornare a interrogarmi sul perché la sua voce continui a risuonare, oggi come allora, con tale urgenza.
– Alberto Moravia, durante i funerali di Pier Paolo Pasolini.
Personalmente sono cresciuto leggendo i suoi romanzi — da Ragazzi di vita a Una vita violenta — e, scrutando le sue interviste taglienti, anche in un semplice studio televisivo, Pasolini sembrava provenire da un altrove. Non parlava del presente: lo attraversava per spingersi oltre, verso ciò che l’Italia sarebbe diventata, con uno sguardo severo e chiaroveggente, incapace di cedere alla consolazione.
In un’epoca in cui “fare cultura” significava spesso seguire i percorsi canonici, Pasolini sceglieva la marginalità e la contraddizione: i ragazzi di borgata, le borgate romane, la lingua delle classi subalterne, l’antropologia del quotidiano. Vedeva l’Italia che sarebbe venuta, ancor prima che gli italiani potessero immaginarla.
Nel film-documentario Comizi d’amore (1964) Pasolini si fece cronista dell’Italia nascosta, interrogando il paese su sessualità, costumi, libertà: un’esperienza che fondeva cinematografia e inchiesta sociale con un rigore che oggi definiremmo “partecipato”. Pasolini sdradicava il velo della “normalità” per mostrare l’inquietudine del reale. Pasolini infilava microfoni fra le mani di contadini, operai, giovani e anziani, e mostrava che la verità non è solo ciò che appare.
Allo stesso modo, la sua collaborazione con l’attore-comico Totò — per esempio nel film Uccellacci e uccellini (1966) — costituisce uno degli esempi più efficaci di come Pasolini coniugasse “alto” e “basso”, ironia e tragedia, leggerezza e radicalità. Il comico Totò diviene “cicerone” di un viaggio simbolico fra memoria e post-modernità, e la borgata romana non è più semplice ambientazione ma epicentro di una frattura antropologica: quella fra quello che eravamo e quello a cui stiamo andando.

Oggi mi capita di riflettere sul mio Paese e sui ragazzi miei coetanei, ma anche a quelli più piccoli. Siamo una generazione che spesso si sente soggetta a un consumo di identità, a un’omologazione silente, a una comunicazione accelerata e liquida. E penso che Pasolini l’aveva già vista — in quelle borgate, in quegli studi, nelle sue scritture — quando denunciava la “mutazione antropologica” delle classi subalterne, la trasformazione del popolo in massa difforme. Il potere, secondo lui, non aveva più bisogno di bastone ma di paillettes e schermo: l’ipnosi silenziosa del consumo, della televisione, della tecnica che sostituisce il desiderio con la merce.
Ecco perché la sua figura rimane così attuale: non tanto come reperto nostalgico degli anni Sessanta-Settanta, ma come faro ancora capace di scuotere. In un mondo dove l’informazione corre senza radici, dove lo stereotipo si afferma prima dell’analisi, Pasolini ci invita a uno sguardo più lento, più profondo. Ci dice che la marginalità non è semplicemente “fuori” ma è il luogo della verità che l’ordinario rimuove. Che i giovani non sono il problema da disinnescare ma la speranza da interrogare.
Dopo 50 anni l’Italia è cambiata — certo — ma forse meno radicalmente di quanto crediamo. Le periferie non sono scomparse: si sono evolute, certo, ma rimangono laboratori e storie di speranza e di dolore. I consumi hanno sostituito la lotta, l’immagine ha sostituito la riflessione. La televisione ha vinto, come lui temeva. O meglio: ha vinto e si è metamorfosata, dilatandosi nei nostri telefoni, nelle nostre mani, nei nostri gesti quotidiani. Oggi non è più solo un medium: sono i social, la perenne connessione, la vetrinizzazione del sé.
A cinquant’anni dalla sua morte, non abbiamo bisogno di trasformare Pasolini in un santino. Abbiamo bisogno di avvicinarci alla sua scomodità, al suo modo di dissentire, alla sua capacità di vedere ciò che non si vuole vedere. In un tempo in cui i social ci sommergono di opinioni e ci abituano a confondere visibilità con pensiero, ricordarlo significa restituire dignità alla complessità. E forse, nel rumore di fondo che ci avvolge, fare nostra la sua voce significa tornare a esercitare il diritto — e il dovere — di pensare controcorrente.
Oggi scivoliamo dentro schermi che ci promettono presenza e ci restituiscono distanza. Ma Pasolini resta lì, come un faro instabile ma tenace, pronto a ricordarci che la libertà non abita nella esposizione, bensì nel rigore dello sguardo e nel coraggio di restare soli quando serve. A cinquant’anni dalla sua morte, forse essere fedeli a Pasolini significa semplicemente non smettere di cercare verità nei luoghi meno illuminati. E accettare che la luce, talvolta, nasce proprio dal margine.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...