
“Era già tutto previsto” o almeno così direbbe Riccardo Cocciante, ma non è ciò che diremmo noi alla visione del nuovo film di Paolo Sorrentino “Parthenope”. Presentato lo scorso 21 maggio alla 77° edizione del Festival di Cannes e uscito nelle sale il 24 ottobre, il film racconta di Napoli in una maniera unica: amori, religione, bellezza, criminalità, identificazione tra donna e città. Un film sull’ampiezza della vita.
Parthenope, la protagonista, è la personificazione della città in tutto e per tutto, tra passato e presente; è interpretata da due attrici: Celeste Dalla Porta nel ruolo della giovane Parthenope e Stefania Sandrelli da adulta. Parthenope nasce in acqua. Tutti vogliono in qualche modo possederla, lei seduce e non si lascia andare mai veramente: nessuno può sapere cosa pensa e nessuno può conquistarla davvero. Gli unici uomini a cui si concederà sono anche i problemi che l’hanno perseguitata, ovvero criminalità e religione. L’unico uomo che riuscirà a capirla sarà il professore di antropologia Marotta, interpretato da Silvio Orlando. «Il lavoro dell’antropologo è vedere le cose» e l’antropologia a Napoli è fatta di “acqua e sale”.
Nel suo percorso si succedono amori inutili e impossibili, il viaggio a Capri, l’incontro con lo scrittore John Cheever (interpretato da Gary Oldman), la morte del fratello, gioie e dolori, la possibilità di iniziare a recitare, la carriera accademica. Tutto cambia ma, in un certo senso, le cose permangono. Il denominatore comune è l’inesorabile scorrere del tempo. Alla fine, animata da sentimenti di fuga, scapperà da sé stessa vivendo lontana dalla città e tornerà nel 2023, anno in cui la squadra di calcio del Napoli ha vinto il terzo scudetto della sua storia, mostrando un nuovo volto della città in festa. Solo in quel momento Parthenope ritornerà a sorridere.
Sorrentino parla di Parthenope come il suo alter ego femminile. È un film nel quale ha sentito l’esigenza di raccogliere le diverse anime della città e ricostruire la sua. In particolare il regista fa riferimento ad una dimensione epica dell’esistenza. Sorrentino parla infatti di un’epica moderna, in cui al centro vi è un’eroina, non più un uomo: una donna libera di esprimersi in una città che le permette di farlo. Non è un più un’Odissea bensì si tratta di un viaggio spirituale: è una corsa verso la libertà e i sentimenti. Il viaggio è interno e intrinseco alla città: è il mutamento di Napoli dal 1950 ad oggi, è il passaggio dalla giovinezza alla maturità che le donne vivono con più consapevolezza. Sorrentino afferma che “La dimensione epica è data dalla durata della vita che è di per sé epica”.
Se è vero che regista e pubblico si incontrano nel momento in cui si pongono le stesse domande, una domanda del film è proprio “A cosa stai pensando?”. Il film non dà risposte perché “la vita è così”: non si ha mai la certezza di poter conoscere l’altro fino in fondo e quindi di scoprire cosa abbia in mente. Ma i quesiti sono tanti… per dirlo alla Calvino “Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Essere giovani è complesso: le domande, le aspettative, i rimpianti e il futuro. Siamo affascinati dai rimpianti perché sono possibilità di vita che non abbiamo colto; mentre sul futuro Parthenope dice a Sandrino, suo giovane amante, «è più grande di me e di te».
Il rapporto con Napoli è un “odi et amo”, difatti i suoi abitanti vengono attaccati, durante il film, dall’attrice Greta Cool, interpretata da Luisa Ranieri: «Camminate a braccetto con l’orrore e non lo sapete. Siete solo trasandati e folcloristici». Tuttavia, Napoli possiede un dualismo particolare: alto e basso, splendore e miseria, sacro e profano. Per tale motivo riesce a mantenere quella vitalità che la contraddistingue.
Sorrentino, dopo “È stata la mano di Dio” e poi “Parthenope”, sostiene di aver detto tutto su Napoli e adesso sta al pubblico chiedersi: “abbiamo visto davvero tutto?”. Come direbbe il professor Marotta: «Vedere è difficilissimo. È l’ultima cosa che si impara, quando inizia a mancare tutto il resto».
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