
Mercoledì sera, al cinema in piazza organizzato da Piccolo America a Roma, si è tenuta la proiezione del film “È stata la mano di Dio” con la presentazione di Paolo Sorrentino e l’attore protagonista Filippo Scotti.
Sorrentino, durante la presentazione, fa riferimento a Sartre: «L’inferno sono gli altri» ricorda il regista. Dietro tale frase si nasconde un importante ragionamento che sintetizza l’intera filosofia sartriana. Per Sartre, i diavoli sono gli uomini, che ci attorniano, ci toccano, che respirano la nostra stessa aria, che sfiorano la nostra carne, ma ben peggio, ci guardano e il loro forcone è lo sguardo. Con esso ci giudicano, ci spogliano delle certezze; mentono, sono in malafede, ci fanno sentire nudi.
Eppure ogni relazione è destinata allo scacco, l’altro diventa la cifra e la misura della mia stessa esistenza: io sono come gli altri mi vedono. Questa è la vera condanna dell’inferno sartriano: essere relegati al giudizio altrui, consapevoli che, qualsiasi cosa noi facciamo per alterarlo ed apparire migliori, l’ultima parola spetterà sempre agli altri, e il mondo continuerà comunque, con o senza di noi.
Ed il film in questi termini «vuole portare un aiuto a chi vive un disagio giovanile». Il suo ricordo è sul disagio. «Ho scelto Filippo Scotti perché cercavo proprio un attore che fosse me, mentalmente, da ragazzo e anche tutt’ora».
Scotti racconta quest’esperienza come il viaggio dell’eroe vissuto nella ricerca di una realtà che potesse riguardare intimamente tutti. «Mi sono basato sulla storia cercando che le cose arrivassero a me, quando c’è una sceneggiatura così solida e poeticamente forte è tutto un po’ più semplice, le cose ti abitano in maniera naturale. Il viaggio che ho vissuto è stato così profondo che faccio fatica a ricordare quei momenti sul set. Paolo mi ha detto fidati e affidati, così mi sono deresponsabilizzato, lasciandomi trasportare».
«Tutti dicono la loro su Napoli, io mi assento a dire la mia». Rappresentata come una città caotica e anarchica, Sorrentino ribalta i paradigmi attraverso una messa in scena semplice, scarna ed essenziale e con musica e fotografia neutre e sobrie. Non un film su Maradona, che in verità troneggia sullo sfondo della vicenda e ne rappresenta il filo rosso, bensì un omaggio brillante e dolente alla città di Napoli, alla propria terra, raccontata sul fiorire degli anni ’80. Sorrentino mostra la città con i suoi occhi, mescolando ricordi a scene oniriche, istantanee impietose dai contorni grotteschi a lampi di raffinata poesia visiva.
Alla domanda “pesa di poter mai essere il mentore di qualcuno”, Sorrentino risponde: «Sarò sicuramente uno sciocco, non mi vedo come un buon mentore. Ma, in generale, nel magma liquido della gioventù in cui tutti sono irrilevanti trovare qualcuno come punto di riferimento è importante».
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