
Niente di nuovo sotto il sole: viene alla luce l’ennesimo caso di sfruttamento lavorativo ai limiti dell’umano. Nell’agro aversano sono stati arrestati in flagranza due imprenditori, operanti nel settore di commercio agricolo e di allevamento, per intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo aggravato.
Dalle ispezioni effettuate dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Caserta, con il supporto del Comando Provinciale di Napoli, emerge un quadro di illegalità e violazione dei diritti fondamentali. I braccianti coinvolti, prevalentemente irregolari sul territorio e di origine indiana, venivano reclutati dagli imprenditori stessi con furgoni e trasportati nei campi, sottoposti a turni massacranti dalle 10 alle 14 ore al giorno, senza riposo settimanale e la possibilità di assentarsi in caso di malattia. Con una paga di circa tre euro l’ora, erano costretti a lavorare anche sotto condizioni atmosferiche avverse e proibitive, anche durante lo spargimento di pesticidi nel terreno senza l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale.
L’indignazione segue questo genere di cronaca, ma da sola non cura la piaga del caporalato. Qualcuno leggendo aggettivi come “irregolare” o “straniero” e percepisce erroneamente che il fenomeno è distante, che tocca solo poche categorie di lavoratori. Ma lo sfruttamento lavorativo è un denominatore comune che ammala trasversalmente la società senza guardare alla nazionalità, al settore d’impiego o alla declinazione della manodopera.
Il caporalato in sé è un fenomeno complesso, che ha alla base l’intermediazione di manodopera in condizioni di sfruttamento. Il caporale di solito è quindi un soggetto terzo che recluta, sorveglia e gestisce i lavoratori, come nel caso di Giugliano, detenendo il monopolio dei mezzi di trasporto necessari ai lavoratori per spostarsi, nonché del loro alloggio e del cibo, istituendo un legame che senza timore si può definire di schiavitù moderna. Spesso i soggetti coinvolti sono molteplici e i ruoli nella catena si dividono o sovrappongono in modo opaco. A essere colpiti sono in gran parte migranti irregolari in condizioni di vulnerabilità: è la necessità di un entrata economica immediata, unita all’assenza di una documentazione regolarizzata e alla lenta burocrazia che spesso ne è la causa, che espone in particolar modo questa categoria al fenomeno.
Tuttavia un soggiorno regolare non è affatto garanzia di protezione ed esclusione dal sistema: i quattro braccianti pakistani e afghani morti carbonizzati in un automobile lo scorso giugno, per aver chiesto la propria paga ai loro “datori”, erano regolari sul territorio italiano.
Il settore agricolo è di certo tra i settori più coinvolti, poiché la struttura stessa delle filiere e la stagionalità del lavoro amplificano di certo il rischio di sfruttamento, ma non è l’unico. A San Giuseppe Vesuviano il settore era tessile, con l’opificio illegale scoperto lo scorso maggio, dove le ispezioni hanno rilevato condizioni degradanti, come tristemente prevedibile: i lavoratori erano costretti a dormire nei bagni, senza acqua corrente.
I requisiti minimi di sicurezza e condizioni igieniche sono lontani anni luce. E intanto nel buio ci si massacra per un pugno di dollari, quando te lo danno. Un altro pensiero comune è l’idea che il caporalato interessi principalmente il meridione: invece, almeno il 50% delle inchieste su caporalato interessano il centro nord, come testimoniato dal VI rapporto sullo sfruttamento lavorativo elaborato dal centro universitario L’altro Diritto, in collaborazione con l’osservatorio Placido Rizzotto e la FLAI CGIL
Lo sfruttamento lavorativo nel senso più ampio è inflitto poi spesso da italiani su italiani. Non c’è cittadinanza che protegga, solo una vulnerabilità sulla quale lucrare diventa tragicamente semplice e proficuo, talvolta a costo della vita. Nell’esplosione di una fabbrica illegale di fuochi d’artificio a Ercolano, risalente al novembre 2024, le due gemelle napoletane che persero la vita, insieme al diciottenne Samuel di origini albanesi, sono morte per mano di connazionali, i proprietari del capannone abusivo. Ed è questo soltanto uno dei tanti casi di sfruttamento di italiani su italiani.
Uno sfruttamento che scorre indisturbato nelle vene dello stato, e che va quindi oltre i casi eclatanti che finiscono in prima pagina e suscitano giustamente una reazione immediata. A partire dall’assenza di contratti regolari in settori falsamente protetti, come la ristorazione o le attività commerciali. Lì non ci scappa il morto, ma le paghe mensili restano insufficienti e i contratti regolari un miraggio.
Un Italia infestata da lavoratori fantasmi, che è sempre facile non vedere, magari passandoci attraverso. Finché in Italia i diritti fondamentali delle persone saranno percepiti come sacrificabili per logiche di profitto, la società non potrà che considerarsi sconfitta. L’articolo 36 della nostra Costituzione resta drammaticamente ancora un simulacro normativo inapplicato, con cui la realtà di miseria lavorativa stride silenziosamente, che oggi la notizia faccia rumore o meno.
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