
Siamo diventati la società dello “sharing”. Condividiamo tutto: la macchina, i vestiti, gli oggetti preziosi e persino gli affetti, grazie a volontari e ad associazioni di “caregiver” che alleggeriscono le lunghe giornate degli anziani nelle case di riposo o, dei bambini, nelle lunghe percorrenze in reparti per malattie di non poco conto.
Vista così la società della condivisione potrebbe sembrare un passo evolutivo importante. La condivisione è bella ed economicamente vantaggiosa. E allora, cosa non torna? Personalmente mi sembra di essere sull’autostrada di Los Angeles dove, per disincentivare l’uso singolo delle auto, ci sono corsie riservate a chi è in macchina con almeno altri due passeggeri. È una condivisione di servizio o d’interesse. È più conveniente. Non ha il sapore di quell’empatico mutuo soccorso, alla base della società dei nostri nonni che ora si ripresenta solo in caso di calamità, quando tutti aiutano tutti.
Educhiamo i nostri figli all’egoismo, perché gli egoisti siamo noi, concentrati sull’“IO” e disinteressati al “NOI”; eppure la Società è una sorta di “catena” la cui tenuta è deputata alla resistenza degli anelli più deboli. Ritorniamo ad essere comunità e meno “community”; non scambiamoci soltanto oggetti o notizie. Condividiamo le emozioni.
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