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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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Spartacus, vent'anni dalla prima sentenza: Capacchione e Magi ricordano il processo

Redazione Informare
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2 gennaio 20267 min di lettura

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Spartacus, vent'anni dalla prima sentenza: Capacchione e Magi ricordano il processo

Indice (5)

  • 1La morte militare del clan
  • 2L’omicidio di don Peppe Diana
  • 3La ferocia del clan
  • 4Nuove mafie sfuggenti
  • 5Il ruolo del giornalismo d’inchiesta

Ci sono anni che rimangono impressi nella memoria collettiva di un territorio per fatti o avvenimenti che hanno rappresentato una svolta per la società civile. Ce ne sono altri, poi, in cui si ricordano più del dovuto quegli stessi fatti o avvenimenti, celebrandoli. Nel ventennio che intercorre tra il 2005 e il 2025 in Campania sono accadute tante cose: il riconoscimento della grave crisi ambientale confluita nell’espressione Terra dei Fuochi, per esempio, così come l’intensificarsi del fenomeno bradisismico ai Campi Flegrei.

Nell’arco di tempo menzionato si posiziona anche un processo che ha cambiato per sempre scenario, logiche ed equilibri della criminalità organizzata, in particolare del clan dei Casalesi: lo Spartacus, procedimento giudiziario iniziato nel 1998 e conclusosi nel 2010, la cui prima sentenza risale al settembre 2005, dal quale è scaturita una miriade di arresti d’eccellenza. Nei primi anni Duemila l’organizzazione criminale era arrivata a mettere sotto scacco l’intero territorio casertano, e non solo: pizzo, usura, armi, fuoco e scie di sangue erano i padroni delle vie e delle strade. Nel 2025 questi fenomeni si sono ridotti, soprattutto perché la camorra si è evoluta: gli affari che intrattiene sono di tipo diverso oggi, intrecciandosi molto spesso anche con le novità tecnologiche.

La morte militare del clan

Il termine “evoluto” non viene però utilizzato da Rosaria Capacchione, giornalista che ha seguito e raccontato a lungo e in prima linea le attività illecite del clan. Raggiunta telefonicamente dalla nostra redazione, la giornalista ricorda bene quel periodo: «La sentenza divenne definitiva nel gennaio 2010, dopodiché a giugno dello stesso anno fu arrestato Nicola Schiavone, figlio di Sandokan; a novembre Antonio Iovine e dopo tredici mesi Michele Zagaria. Con questi arresti si chiuse la parte militare del clan, esattamente nel dicembre 2011, che dunque morì per come lo abbiamo conosciuto allora, per poi diventare altro». Ripercorrendo gli inizi del processo, la prima sentenza del 2005 si concluse con 95 condanne (di cui 21 ergastoli) e 21 assoluzioni.

A venti anni di distanza, la Capacchione pone il suo sguardo ancora più indietro: «Lo Spartacus l’ho seguito fin dal blitz iniziale del 5 dicembre 1995, quando ci furono i primi arresti. Il processo di primo grado fu lungo e complesso, e iniziò nella vecchia aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, che non c’è più. Ricordo particolarmente la sentenza del 2008, che mi vide coinvolta con le minacce subite in aula. Non era la prima volta che qualcuno mi minacciava, ma ho fatto di necessità virtù, continuando a fare il mio lavoro». La giornalista si riferisce alle minacce ricevute dal boss Francesco Bidognetti e tramite il suo legale Michele Santonastaso per la sua attività giornalistica, dopo le quali scattò la misura della protezione.

L’omicidio di don Peppe Diana

Tra le figure chiave del processo c’è Raffaello Magi, il giudice estensore di Spartacus, che ci ha raccontato l’impegno antecedente a quella sentenza di oltre 3mila pagine firmata di suo pugno. «Nei primi anni ’90, la camorra dell’Agro aversano aveva un peso enorme sia da un punto di vista militare che economico. C’erano interi paesi che venivano amministrati da sindaci corrotti, legati a queste organizzazioni criminali, e c’era un grosso scontro interno ai clan che portò tra le altre cose al fatto di sangue più clamoroso: l’omicidio di Don Peppe Diana avvenuto a Casal di Principe il 19 marzo del ‘94. È come se quell’omicidio avesse toccato il cuore di tutti, attivando la macchina statale».

In questa cornice di sangue, potere e omertà si inserisce il provvedimento di cattura alla base di Spartacus. Per il territorio casertano si stava avviando una fase nuova, con una rete criminale che si mostrava in tutta la sua efferatezza. «Il provvedimento di cattura aveva l’obiettivo di fare una fotografia di quella che era in quel momento l’organizzazione più potente: il clan dei Casalesi. In quel periodo – racconta Magi– esso era capeggiato da Francesco Schiavone e da Francesco Bidognetti, con uomini di punta come Michele Zagaria e Antonio Iovine. Una volta catturati questi soggetti, alcuni di loro in latitanza, si apriva la strada a una pulizia del territorio, un po’ come è stato per Palermo, con il maxiprocesso di Falcone e Borsellino all’organizzazione Cosa Nostra. Si rimuoveva dal territorio la parte contaminata per dare la possibilità alle persone ed alle aziende per bene di non subire pressioni, prepotenze o invadenze da parte della struttura criminale».

La ferocia del clan

Una liberazione che porta con sé oggi un patrimonio storico necessario per comprendere il nucleo originario di clan ancora attivi, soprattutto attraverso il dinamismo della cassa. La violenza mafiosa negli anni è riuscita a riciclarsi in una visione spesso troppo romanzata, con boss delineati come pirati anti-Stato sprezzanti del pericolo e fedeli alla propria “missione”. Algoritmi social che celebrano la ricchezza e nient’altro che essa hanno finito per diventare fenomeni virali.

Le parole di Magi ci riportano sulla Terra, alla ferocia di cui era capace il clan e ad una spregiudicatezza in nome del denaro che traccia il senso di una delle pagine più buie della nostra storia. «Dopo che qualche camorrista iniziava a collaborare, addirittura vennero spostati dei corpi che erano stati buttati in dei pozzi, tutto ciò per evitare che le forze dell’ordine li trovassero. Rendiamoci conto: c’erano persone che si sono calate nei pozzi a distanza di 6 o 7 anni e che hanno preso i resti umani di qualcuno che era stato buttato giù, per poi spostarlo solo per far sì che poi il pentito non venisse considerato credibile. Quello che mi ha colpito di più è questa disinvoltura con cui si giocava con la vita umana. Noi abbiamo interrogato le madri e le mogli delle persone che erano state uccise negli scontri di camorra, le quali ci dicevano di non saperne nulla e che non avevano avuto più notizie di quel figlio o marito. Ovviamente sapevano tutto, ma non volevano raccontarlo a noi» conclude il giudice Magi.

Nuove mafie sfuggenti

Come detto, il clan non morì con gli arresti di Schiavone, Iovine e Zagaria e seppe riorganizzarsi. Tutti coloro che non erano stati condannati per omicidio, con una pena dunque più bassa da scontare, uscirono dalle carceri. La storia la delinea perfettamente la giornalista Capacchione. «Si trattava perlopiù di personaggi di medio-basso rilievo. C’era tutta la fazione di Zagaria fuori, ma gran parte di loro si è ormai spostata all’estero, con investimenti finanziari importanti in Spagna e in Romania.

Quello che conoscevamo del clan dei Casalesi nel Processo Spartacus è cambiato molto. Tra l’altro, negli ultimi anni l’organizzazione criminale ha definitivamente prediletto il traffico di droga, di cui prima non si occupava direttamente, facendolo gestire da altri, mentre oggi è diventata la fonte di guadagno più sicura e veloce. Il clan ha cambiato faccia: lo stiamo scoprendo un po’ alla volta e finiremo di scoprirlo nel tempo» racconta la Capacchione, alla quale chiediamo anche come siano cambiate secondo lei le azioni di contrasto alle organizzazioni di stampo mafioso e camorristico: «Le nuove mafie sono diventate molto più sfuggenti e non sono più riconoscibili come una volta. Quando si verifica un omicidio o quando ci sono estorsioni violente c’è molta paura, ma dall’altra parte anche più facilità nell’identificazione del soggetto che li ha commessi. Se invece fanno altro, come impiego di capitali all’estero o riciclaggio, utilizzando anche piattaforme online e dark web, i metodi di investigazione tradizionali non sono più efficaci. C’è bisogno di specializzazioni diverse oggi».

Il ruolo del giornalismo d’inchiesta

Quando ci si confronta con una giornalista come la Capacchione, una di quelle che ha consumato le suole di tante scarpe facendo la spola da un posto all’altro, dimostrando come il giornalismo d’inchiesta fu protagonista durante il processo Spartacus e come possa giocare un ruolo determinante anche per la giustizia futura, non si può non parlare del cambiamento che la professione ha subìto con le trasformazioni digitali: «Esiste il giornalismo ed esistono i passacarte, ma coloro che passano le carte e i comunicati stampa non li considero miei colleghi. Il giornalismo è inchiesta, è dire come, chi, quando, dove e perché».

di Antonio Casaccio e Donato Di Stasio

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  • #Clan dei Casalesi
  • #Processo spartacus
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  • #rosaria capacchione
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