
Il racconto della nostra missione umanitaria nei villaggi del Togo
Alle ore 6 del mattino suona una sveglia nel villaggio di Agoè-Nyivé e tu fai per un attimo finta di non sentirla. La vita in Togo scorre lenta e la spensieratezza di una vita sganciata dalle nostre comodità (digitali e non) si riflette anche di notte, quando le poche luci ti invitano a conoscere di più chi ti è di fronte, costringendoti a far tardi. Nonostante le poche ore di sonno la sveglia squilla solo per pochi secondi, ad elettrizzarti è subito il pensiero degli oltre trecento bambini che ti aspettano al Centro Cattolico Madre Agata Carelli, portato avanti dalle Suore Canossiane. Durante l’anno la struttura è un liceo e un centro di formazione per il cucito, ma appena arrivato agosto la scuola apre le porte ai tantissimi bambini dei villaggi togolesi che giungono lì per vivere un campo estivo di gioco e pace.
Ognuno di loro vive una realtà distante anni luce da ciò a cui siamo abituati in Italia, ma quando li guardi sembri dimenticartene, assuefatto da sorrisi giganti e una voglia di toccarti, sentirti, stare insieme e conoscerti. Ci hanno insegnato meglio l’immagine di un povero che quella di un uomo. Alle 7:30 la gioia dei trecento bambini si riversa in un grande cerchio dell’accoglienza, dove a ritmo di musica si scambiano sguardi e sorrisi.
I bambini ti cercano con lo sguardo curioso di chi non ha mai visto un bianco e non ne ha paura, una consequenzialità per niente scontata se pensiamo a quanto, nei nostri comuni, un colore di pelle diverso possa diventare sentenza definitiva di uno status sociale. I bambini dei villaggi vivono di una curiosità immensa, che si riversa tutta nei continui massaggi che ti fanno ai capelli, per loro peli troppo lunghi per crescere su una testa. Quello che ti colpisce dei bambini, oltre la curiosità, è la totale fiducia che riservano per te, la quale fuoriesce tutta quando ti stringono la mano per starti accanto ovunque vada. Sorridono e ti guardano, mentre continuano a danzare in un cerchio che in pochi attimi si riempie di quasi mille anime, tra educatori e bambini.
«Quest’anno sono anche di meno di quanto ci aspettassimo, in genere ne sono più di mille» – Suor Marta ha un tono deciso, quello di chi sembra non sentire il peso delle responsabilità e di chi all’apparenza non si fa distrarre da tutti quei sorrisi. Marta è la responsabile di noi volontari italiani del VONAC, ma soprattutto dirige il Camp Biblique (campo estivo) dei bambini e l’unico ospedale del villaggio gestito dalle Canossiane. Una donna togolese costantemente impegnata, ma che ogni giorno vuole esserci per accogliere tutti i bambini che affrontano ore di cammino per raggiungere un luogo in cui giocare e imparare.
Riuniti tutti è ora di entrare nelle classi allo scoccare delle 8. I bambini sono delle pesti e il tutto è più difficile se l’arma per farli stare in silenzio è la Bibbia, in particolare l’Esodo. Tutto il Campo è incentrato sulla storia di Mosè e sulla liberazione del popolo d’Israele, schiavo in Egitto. Una storia che se non riesce a calmare i bambini, affascina i ragazzi più grandi che con sguardo attento seguono il racconto del libro Sacro. D’altronde il popolo togolese sente ancora dentro un sacrificio accostabile al dolore narrato dal popolo d’Israele; l’influenza francese è ancora forte dal punto di vista economico, ma a trasbordare è la rabbia verso gli impropri eredi di un passato colonizzatore. Quando giri per il mercato e ti vedono bianco non puoi sfuggire alla domanda: “Sei francese?”.
È il ribrezzo del sottomesso, di colui che ha letto la sua storia scritta nelle pagine di quella degli altri. In Togo non è raro trovare nomi come Carlos o cognomi come Souza, sono il frutto dei primi colonizzatori portoghesi venuti a depredare questo piccolo gioiello nel Corno d’Africa. Quelli con la carnagione più chiara possono discendere da un padre tedesco che ha trovato nella terra colonizzata non solo manodopera e tesori, ma anche una bella moglie da ingravidare. Solo alla fine della Prima Guerra Mondiale il Togo verrà ceduto dalla Germania alla Francia, che inizierà il suo percorso di svilimento di un intero popolo, così come spesso fatto nell’Africa francofona.


Il popolo di Mosè era schiavo, ma aveva Dio dalla sua parte. Su chi possono contare i giovani togolesi? Espoir (Esperanza) ha 21 anni e un’intelligenza sopraffina, tanto da essere costretta a nascondere con altre copertine i libri che il governo ha proibito. Studia giurisprudenza ed è una ragazza piena di vita, ma tutto finisce quando le chiedi come vede il suo futuro. Lo sguardo diventa fisso e buio, quel sorriso che la contraddistingue sparisce nel travaglio di chi non è abituato a essere proiettato al futuro perché troppo difficile, troppo costoso. «Non so se riuscirò a diventare giudice. Per mantenere l’università occorrono soldi, ma se vuoi lavorare devi già avere dei soldi, oppure un parente che ha un’attività. Io non ho parenti con attività commerciali… per me è impossibile immaginarmi fuori da qui» – ti guarda deciso.
La disoccupazione giovanile è una piaga tremenda, per cui chi ha la fortuna di avere anche una minuscola baracca adibita a negozio se la tiene stretta, te ne accorgi quando la sera ritorni a casa e nel villaggio vedi bambini e bambine dormire sopra piccole lenzuola poste sotto “il negozio”. A questi piccoli bambini, nati già padri e madri, tocca sorvegliare la merce e la struttura per non incappare nei “voleur” (ladri) temuti da tutto il villaggio. Bambini, giovani e famiglie vivono ancora il peso di un popolo oppresso nonostante la fasulla libertà così tanto decantate dai leader occidentali, sempre vogliosi di ribadire che “l’Africa è un’opportunità”, ma non per gli africani.
Finita la lezione sulla storia di Mosè, ragazzi e bambini raggiungono il campo dove poter giocare insieme a delle facce nuove, un po’ più strane. Giulia, Laura, Nicholas e Imma sono quattro volontari italiani di circa vent’anni che hanno deciso di partire in missione in Africa per l’estate. Quasi nessuno masticava di volontariato, ma la voglia di mettersi in gioco era così tanta da aver ucciso in un solo colpo tutte le paure tipiche di un giovane abituato a un mondo comodo. Non li conoscevo, eppure è bastato guardarci negli occhi per sviluppare un sentimento comune che abbiamo fatto fiorire in tutto l’arco della missione.
Tutti sapevamo perché l’altro era lì, perché ogni mattina ci si alzava presto e si abbracciavano oltre trecento bambini determinati a toglierti da dosso tutta l’energia possibile. Alla fine del giorno ci sentivamo stremati, ma lo eravamo insieme. Forse sono lo specchio più affascinante del nostro Paese, i cui giovani vengono etichettati tutti per quello che in realtà potrebbero non essere; è il gioco di chi nel generalizzare perde di vista il dettaglio specifico, che ti dà la dimensione dell’intimo e dell’interno.
Quando sono a casa mi capita di sentirmi solo, non nel senso di essere circondato da poche persone, ma nella sua accezione di incomprensione. Capita spesso di chiedermi se i miei valori e gli ideali in cui credo siano anacronistici rispetto alla generazione che mi circonda, se sia rimasto l’unico a dar valore ad un sentire differente. È un pensiero tanto devastante quanto falso. Giulia, Laura, Nicholas e Imma ti fanno capire che ci sono giovani che scelgono di vivere per l’altro, sacrificando le proprie comodità e il lusso al quale siamo abituati.
Non sono speciali né vanno glorificati (cosa sempre fuori luogo da fare a dei missionari), hanno semplicemente avuto il coraggio di voler vivere attraverso i sensi del cuore, provando a conoscere ciò che hanno sempre ignorato. È questo l’atto di coraggio di una giovane Italia che non ha le risposte pronte, ma sa come cercarle.



L’esperienza in Africa con le Figlie della Carità Canossiane e con il loro organo di volontariato nazionale (Vonac), ti fa riscoprire in un modo o nell’altro dei conti in sospeso con la fede che si hanno da tempo. Alla domenica, dopo una settimana passata al Camp Biblique, proprio non si ha voglia di alzarsi per andare a sentire il solito delirio di un uomo che con la vita di Cristo vuole sputare giudizi sulla tua. Ma la cortesia che ti dà un paesino di provincia supera sempre l’intolleranza verso la fede, così ti accingi a varcare le porte della piccola parrocchia di St. Bakhita, tutta adornata per una celebrazione speciale: la prima messa del nuovo parroco del villaggio.
È stata proprio la messa a donarmi una delle emozioni più forti ricevute durante la mia permanenza in Togo; tre ore di pura celebrazione che saranno passate nella mia testa in poco più di tre minuti. Tutto il villaggio era accorso e si muoveva a tempo in una festa capace di unire tutte quelle anime in un solo corpo, come se tutti stessero sentendo e condividendo allo stesso momento quel messaggio di pace professato nel Vangelo. Le preghiere non erano ripetute, erano sentite fin sotto la pelle, in un’emozione che ti percuoteva il corpo e faceva ballare le gambe. Non potevi che ballare anche tu, coinvolto da un sentimento di amore popolare che faceva esplodere di pura gioia tutte le persone che guardavi stupito intorno a te.
È stato proprio in quel momento che un pensiero mi è sovvenuto improvviso: «Signore, dai la forza a ognuna di queste persone perché camminano la mia stessa strada». Avevo appena pregato Dio e lo avevo fatto affinché quel “buono” che mi vedevo davanti non sparisse, continuasse a vivere nelle azioni di tutte le persone che erano con me in quel momento. Non parlavo con Lui da tanto, non pensavo di tornare a farlo in Africa. Tutto il villaggio ha portato in dono a quel piccolo bambino, oggi prete, gli omaggi che la terra e la cultura togolese possono offrire; lui ringrazia senza commozione, ma con uno di quei sorrisi che vedevo ogni mattina al Camp Biblique.
«Le prime volte in Italia mi annoiavo, mi veniva da dormire. So che non si dice, ma amo molto di più il modo di vivere la fede qui in Africa» – mi confessa un aspirante teologo togolese ormai fisso a Roma. Effettivamente spesso si dice che la Chiesa è lontana dalla gente, ma non sarà perché ha smesso di cercarla? Stretti nei dogmi e in una ritualità sacra, i messaggi di Cristo ci sembrano distanti dalle parole d’ordine della nuova generazione, eppure non basta allungare troppo lo sguardo per vedere i milioni di giovani accorsi a Lisbona e gli effetti di una messa africana su un agnostico.
Il dogma è funzionale al messaggio, ma se si elude quest’ultimo, cosa resta di un “Padre Nostro” se non una cantilena meccanica ripetuta in occasione delle feste? Rispetto alle classiche omelie i sacerdoti togolesi amano rendere vive le parole di Gesù, modificandole per creare un momento di ilarità o per farle scendere nell’esperienza quotidiana di una scena familiare. Abbattere muri non issarli, è quello che dovrebbe vivere il popolo di Dio eppure ad essere abili costruttori sono proprio i suoi Ministri.
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