
Aeroporto di Roma Fiumicino, ore 1:50 di notte, fa caldo e sono stanca ma il mio cuore batte forte dall’emozione. Sto per realizzare il sogno della mia vita: finalmente vado in Africa. L’adrenalina mi ha fatto da nemica tutto il tempo non facendomi chiudere occhio. Sento dentro di me che questo viaggio mi avrebbe lasciato qualcosa di indelebile e così è stato. Ora è però il momento di accompagnarvi lungo la strada dei miei ricordi per condividere con voi le storie, i luoghi e le persone incontrate durante la mia permanenza in Kenya, un territorio che gli europei hanno soprannominato “la culla dell’umanità”. Ora so il perché.
Dopo sette ore circa arrivo a Mombasa. Dei signori gentili prendono i miei bagagli e mi fanno strada verso un piccolo camioncino celeste e capisco subito che sarebbe stato il mio modo per arrivare all’hotel, che dista due ore e mezza dall’aeroporto, precisamente a Watamu. Continuo a guardare fuori dal finestrino, non sono preparata a quello che sta passando davanti ai miei occhi: strade piccole e trafficate, ai lati cadenti bancarelle in legno, bambini magrissimi, case di paglia, piccoli fuochi accesi per cucinare il pranzo, villaggi fatti con capanne di fango. Vedo la povertà, quella “vera”, attraverso il finestrino di una macchina, la vedo negli sguardi dei ragazzini scalzi che mi salutano curiosi e nelle preghiere di coloro che ad ogni stop mi chiedono qualche soldo. È stato lì che mi sono resa conto di dov’ero, non stavo guardando immagini al telegiornale o un documentario, io ero lì, e il mio obiettivo era diventato uno: saperne di più e capire come un popolo potesse o riuscisse a vivere in quel modo così “randagio”, così tanto lontano dalla quotidianità occidentale. Watamu è il luogo in cui si trovano la maggior parte delle strutture ricettive del Kenya; prima era Malindi, un paesino che dista circa 15 minuti in auto, ma i turisti si sono man mano spostati negli anni in questa località che presenta spiagge migliori. È da Watamu che il giorno dopo il mio arrivo parto per la savana, in uno dei parchi nazionali più grandi al mondo: lo Tsavo east.

Al ritorno dalla savana lascio la Jeep che per due giorni mi ha fatto da casa, c’è vento e il sole scotta ma si sta benissimo. Lo scenario è sempre lo stesso durante il tragitto: bambini ai lati della strada, tanti bambini. Alcuni di loro sono veramente molto piccoli, gridano “Ciao” al nostro passaggio, ci salutano e chiedono di fermarci, di dargli qualcosa: “aspettare i turisti, questo è il loro lavoro prematuro” ci ha spiegato Lucky, la guida. Il tragitto per arrivare all’orfanotrofio in cui siamo diretti è lungo, non è quello che si trova a Watamu, che grazie ai tanti visitatori riceve più “doni” ogni giorno, ma un altro vicino alla savana in cui la terra arida potrebbe essere metaforicamente collegata allo sguardo dei bambini che lo abitano: arido, bisognoso. Guardo fuori, ai lati della strada piccoli uomini grandi portano l’acqua all’interno di cisterne di plastica gialle dalla forma allungata, la spingono con i piedi e la fanno rotolare sulla terra rossa. Chiedo a Lucky se avessero l’acqua necessaria per sopravvivere, anche se immagino già la risposta: «In questo orfanotrofio grazie ad un pozzo riescono a bere, ma l’acqua è salata». Ma come fanno a bere l’acqua salata, chiedo subito. «Basta che sia acqua, qui la bevono, non importa se dolce o salata, è una questione di sopravvivenza». È stato realmente difficile esprimere come mi sia sentita quando dopo ore arrivammo all’orfanotrofio. Qui i bambini sono spenti, tristi e affamati, e non pensavo che il mio cuore potesse reggere un’emozione simile. Gli occhi della sete dei più piccoli mi parlavano, sentivo di essere una “classica turista” che non poteva fare nient’altro se non guardare con impotenza. Avrei voluto aiutarli, magari come pensano tanti italiani che vanno a fargli visita. Loro vedono milioni di persone arrivare in quell’orfanotrofio ogni giorno, ma nessuno mai che decida realmente di sostenerli. I banchi della loro scuola erano fatti in legno, ognuno con il nome di un italiano che ha contribuito a costruire quella struttura. Erano seduti in tre su ogni panca e non vi era alcuna distinzione in classi. Non mi chiedevano soldi bensì acqua e volevano giocare. Anche se per pochi minuti, quel cortile diventò uno stadio e i piccoli una squadra. Sono stata onorata di averne fatto parte.
Il mio viaggio continua e rimango sempre più affascinata dalla bellezza di questo posto, le lunghe spiagge bianche fanno da cornice ad una realtà complessa e ricca di storia. Il popolo kenyota parla lo swahili, ma è da anni ormai che cerca di imparare l’italiano perché “senza italiano non si mangia” mi dice Bryan, beach boys di 24 anni. Ogni giorno fa 15 km a piedi da Malindi per arrivare a Watamu, dove la presenza dei turisti è maggiore. Quando parlo mi guarda le labbra, non so perché lo fa, poi ho capito: «è come se andassi a scuola quando voi parlate, devo guardarvi le labbra per imparare il labiale, altrimenti qui non si mangia». Lo dice perché per la maggior parte di loro l’unica fonte di guadagno è il turismo, mentre altri invece si dedicano alla costruzione di case o villaggi e passano l’intera giornata nei cantieri. Lo stipendio medio di un operaio kenyota è di circa 12.000 scellini, ossia 160 euro; i soldi sono pochi e di conseguenza non si mangia altro che polenta (fatta con acqua e farina) e fagioli, fatta eccezione per il natale, data in cui si organizza una grande cena per festeggiare.

Insieme al gruppo con cui sono, decidiamo di far visita ad un villaggio poco distante dal nostro hotel. I bambini qui hanno gli sguardi felici. Giocano e ridono liberi e scalzi nella terra rossa del loro villaggio. Rama, il nostro accompagnatore, mi ha detto che non hanno bisogno di altro per vivere oltre quello che hanno, in questo risiede la loro spensieratezza. Qui le case sono fatte di fango e sono utilizzate solo per dormire, perché sono buie e non c’è elettricità. Fuori ad ognuna di esse c’è una capanna dove fare la doccia e andare in bagno. Rama mi ha raccontato che loro lavorano “per la giornata” non per “la vita”: si svegliano e lavorano per guadagnare e mangiare esclusivamente per quel giorno, poi vanno a dormire. “Senza stress” mi ha detto la mia guida africana. Sono rimasta stupita dalla gratitudine nei nostri confronti per avergli portato dei doni, ma allo stesso tempo mi sono sentita imbarazzata per quello che possedevo io e non avevano loro. Difronte al loro “essere”, il mio “avere” non aveva più un senso, né valenza. Qui le istituzioni sono completamente assenti, mi viene da chiedere. «Sì, pochi mesi fa è venuto il Presidente a farci visita nella laguna di Mida Creek. Pensa che non ha lasciato manco un soldo a coloro che lavorano lì, è come se facessero finta di non vedere».

Quello che rimarrà per sempre impresso nella mia mente e nel mio cuore sono la gentilezza e i sorrisi che questo popolo mi ha regalato. Sono rimasta affascinata dalla filosofia di vita che portano avanti. Quella del “pole pole”, piano piano, cercherò di farla mia. Ho incontrato persone con una forza d’animo incredibile, i kenyoti ti pongono difronte ad una semplicità di vita disarmante, non hanno niente ma hanno tutto e se ci sono difficoltà ti rispondono con “hakuna matata”, nessun problema. Con e grazie a loro sono tornata a correre scalza anche io sulla terra rossa della vita. Credo non dimenticherò mai questo posto, per me incredibile.
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