
“I’m an alien, I’m a legal alien, I’m an Englishman in New York“, così cantavano nel 1987 i Police. La voce di Sting fece sognare milioni di anime, portandole direttamente in quella che all’epoca, come anche oggi, era considerata il cuore pulsante degli Stati Uniti. Rincorrere il sogno americano, allora come oggi, significava anche immaginare di camminare per le strade fumose di New York, tra i grattacieli specchiati e le tantissime persone, tutte a cercare di realizzare il proprio sogno.
Sono stato a New York poche settimane fa, e posso dire che quel sentimento è ancora radicato, anche se forse un po’ cambiato. L’America di oggi non vive più delle convinzioni e dei sentimenti degli anni ‘80 o ‘90. Oggi la politica e i diritti delle minoranze e degli emarginati dominano il panorama sociale. Questa sensazione è palpabile anche semplicemente camminando per le strade. C’è un forte dualismo tra la New York dei quartieri principali come Manhattan, l’Upper East Side, e le zone più centrali, rispetto alle aree periferiche, come il Bronx. Ma questo contrasto è già ben noto, raccontato da tempo attraverso la cultura newyorkese e americana, dall’arte figurativa fino alla musica.

Ciò che oggi è più preponderante e ha modificato in parte la fisionomia della città è appunto l’immigrazione. Si nota chiaramente quante persone siano emigrate verso gli Stati Uniti, prevalentemente dal Sud America, dall’Africa, e in parte dall’Europa. Oggi, come in passato, queste persone cercano fortuna o almeno un lavoro, spesso continuando tradizioni lavorative come quella dei tassisti o vendendo cibo per strada. Dai famosi hot dog newyorkesi, fino ai piatti tipici delle loro terre d’origine come cibo messicano o etnico, queste persone portano un pezzo delle loro culture.
Quello che mi ha colpito di più durante il mio soggiorno è stato un sentimento duale. Da un lato, vedere persone che, fuggendo da condizioni difficili, sono riuscite a costruirsi una vita dignitosa. Dall’altro, il lato più triste: quelli che non ce l’hanno fatta, costretti a mendicare per strada o a raccogliere lattine e bottiglie di plastica per racimolare qualche soldo nei centri di raccolta. Ma forse è così che funzionano le metropoli, e New York non fa eccezione: crude, reali, sincere e un po’ ciniche, non nascondono le contraddizioni che le abitano.
Ovviamente, si potrebbe parlare per ore delle bellezze di New York e di quanto questa città abbia da offrire, dalla moda alla musica, fino allo show business. Ma sarebbe tempo sprecato, poichè questi argomenti sono già stati ampiamente trattati. Quello che trovo importante sottolineare, invece, è come gli Stati Uniti, spesso definiti un paese senza storia, abbiano saputo valorizzare quel poco che possiedono. È sorprendente vedere come a New York coesistano edifici storici conservati con cura accanto a modernissimi grattacieli di vetro e acciaio. Camminare per la città significa passare da un edificio in mattoni del XIX secolo a una torre di uffici costruita solo pochi anni fa. Il contrasto è impressionante, come l’Empire State Building o il Rockefeller Center circondati da cantieri che danno vita ai nuovi colossi della città. I loro musei ricchi di artisti internazionali spingono anche mostruosamente una fetta di artisti locali, che negli Stati Uniti ha trovato consacrazione e gloria riuscendo poi ad arrivare fin oltre oceano.
In Italia, sembra che ci siamo arresi al degrado dei nostri palazzi storici, nonostante il nostro immenso patrimonio culturale. Abbiamo edifici che hanno migliaia di anni, eppure non vengono curati come meriterebbero. Non c’è interesse a valorizzarli o pubblicizzarli, né per i turisti stranieri né per gli stessi italiani. A New York, al contrario, anche il più piccolo angolo di strada può diventare un’attrazione turistica, valorizzato perché scenario di un film o perché uno scrittore famoso ci ha soggiornato.
Riflettendo su tutto questo, forse dovremmo ricalibrare il significato di essere un paese con o senza storia, e ragionare su come si possa valorizzare la propria storia invece di abbandonarla.

Nei giorni passati lì, l’atmosfera politica si sente vivamente nelle strade di New York, a causa della corsa elettorale tra Donald Trump e Kamala Harris. La città, con la sua natura vivace e polemica, riflette l’intensità di questa battaglia politica. Mentre Trump continua a essere una figura polarizzante, specialmente tra i più conservatori, Kamala Harris rappresenta un’icona per chi lotta per i diritti delle minoranze e delle donne. Camminando per i quartieri, è facile imbattersi in manifesti, dibattiti pubblici e discussioni animate sui candidati. In particolare, i sostenitori di Harris si fanno sentire nelle aree più progressiste come Brooklyn e il Village, mentre i quartieri più tradizionali tendono a mostrare una certa nostalgia per il governo Trump. Questa spaccatura politica si riflette anche nello spirito della città, divisa tra passato e futuro, proprio come il resto del paese.
Ritornando ai temi internazionali, un altro grande protagonista dell’attualità è il conflitto israelo-palestinese. Negli Stati Uniti, e in particolare a New York, si nota chiaramente l’appoggio a Israele. Molti edifici esibiscono entrambe le bandiere: da un lato il celebre patriottismo americano, dall’altro il simbolo dell’alleanza con Israele. Questa manifestazione visiva è ovunque: musei, punti di interesse e persino case private.
Come dicevo prima, la città non conosce menzogna, non nasconde le sue contraddizioni. La ghettizzazione di Little Italy, Chinatown e del Bronx, i mendicanti per strada, la droga venduta in quella zona grigia della legge, tutto questo convive con le storie di successo di chi ce l’ha fatta. New York ti sbatte in faccia la realtà: il buono e il cattivo, i sogni e le disillusioni.
Agli occhi di molti questo dualismo crudele, questa città così estrema e reale nel vivere a pieno le sue confessioni, i successi e gli insuccessi, le tragedie e le gioie, rappresenta l’apoteosi delle metropoli. Per molti ciò che rappresenta è il benessere, la povertà, l’efficienza o la ghettizzazione, ma quasi per tutti rappresenta il sogno americano.
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