
Quando desideri conoscere qualcuno, per comprenderlo, è sempre necessario abbandonare momentaneamente le proprie categorie per poter prendere in prestito quelle dell’altro.
Il mio aereo è atterrato a Guatemala City, la capitale del Guatemala, ad aspettarmi c’era Padre Angelo, il sacerdote che mi ha ospitato durante tutto il mio soggiorno qui. Appena fuori l’aeroporto mi accorgo che Guatemala City non rispecchia il luogo che aspettavo, la Città ha un’architettura che ricorda molto la nostra ed il posto non sembra presentare grande povertà. Infatti, Padre Angelo ed un suo amico nativo Guatemalteco laureto in Scienze Politiche di nome Joaquin, mi spiegano che la distribuzione del reddito del Paese è tra le più diseguali al mondo: il 20% della popolazione più ricca possiede quasi la metà della ricchezza nazionale. Qui ho avuto l’opportunità di vedere le famiglie più agiate divertirsi a spendere i propri soldi nei centri commerciali, posto di ritrovo della maggior parte dei giovani nella capitale.
Pochi di loro sanno, o meglio pochi vogliono sapere, che a pochi chilometri da loro la vita è un’altra. Il Guatemala è uno dei Paesi con il tasso più alto di malnutrizione cronica e denutrizione infantile cronica.
Dopo sei ore in macchina percorse su strade per lo più sterrate in cui si può sempre sorpassare sia a destra che a sinistra e in cui circolano contemporaneamente macchine, camion, adulti, bambini ed animali, giungiamo a destinazione nel municipio di Tacana nel dipartimento di San Marcos.


A Tacana la vita comincia alle sette del mattino e termina alle cinque del pomeriggio, non ci sono bar, piazze d’incontro, cinema, teatri o biblioteche. La vita di una tacaneca della mia età, di diciannove anni, che ha avuto la possibilità di studiare è fatta di famiglia, lavoro e chiesa. Tuttavia, la maggior parte delle tacaneche che hanno la mia età non hanno avuto questa possibilità ed ora sono madri di famiglia da qualche anno. Non è strano infatti che quando mi presento qualcuno mi chieda «quanti figli hai?». Io, con un po’ di timidezza, consapevole del privilegio che posseggo a potermi godere la mia gioventù, rispondo che non ne ho. La cosa in genere stupisce abbastanza da continuare con la domanda «ma (almeno) sei sposata?», ed io rispondo nuovamente di no, poi in genere racconto loro che in Italia abbiamo un problema di natalità e che le persone tendono a sposarsi dopo i trent’anni.
Sono tanti i privilegi che ti rendi conto di possedere stando qui. Ci sono tante cose date per scontate in Italia, come bere acqua dal rubinetto. È una cosa che faccio da così tanti anni di notte da farlo ormai in dormiveglia. Così, durante la prima notte in Guatemala, ho bevuto un bicchiere d’acqua dal rubinetto, che qui non è potabile. Molte persone, quando devono scegliere se comprare acqua o coca-cola, quasi sicuramente scelgono la coca-cola e questo comporta soprattutto per le donne molte infezioni al tratto urinario. Non so se avete mai prestato attenzione al fatto che in Italia la doccia la facciamo con acqua potabile, acqua che qualcuno in un’altra parte del mondo desidera bere. Inoltre, la stessa acqua non potabile, qui a Tacana, è un’incognita. Una sera desideravo una doccia, ma scopro che non c’era acqua. Yuri, un’altra ragazza che vive con me a casa di Padre Angelo, mi racconta che una volta l’acqua è mancata un mese, i tacanechi sono stati costretti a lavarsi nel fiume. Altre volte anche se c’è acqua può mancare l’elettricità e quindi puoi fare la doccia, ma sarà molto fredda.
Quando, durante la mia permanenza, è saltata l’elettricità inizialmente non me ne ero neanche resa conto, anche perché in Italia mi è capitato pochissime volte ed è subito scattato il salvavita e qualcuno della famiglia velocemente è corso a sollevare la leva per ripristinare l’elettricità. Qui nessuno fa melodrammi, ci sono tutti abituati. Io non lo ero, ma visto il posto dove mi trovavo, ho accettato di non utilizzare il telefono per un po’ anzi ad un certo punto mi sono anche divertita perché abbiamo acceso le candele.
Yuri e Padre Angelo, mi raccontano che l’elettricità una volta è mancata un mese, perché i tacanechi non riuscivano a pagare le bollette. Era un mese durante la stagione delle piogge dove faceva molto freddo.
Quando chiudo gli occhi ed immagino una casa, in generale la immagino con le tegole rosse, una porta di legno e ferro molto doppia, diverse finestre e quasi sempre con il parquet che è molto in voga nelle case dei miei amici. Le case qui hanno un tetto di lastre metalliche, le porte sono in legno ma sottili, le finestre quando ci sono superano l’altezza della mia testa ed il pavimento manca in molte case. I più fortunati cucinano su una cucina con la bombola a gas, gli altri su una cucina alimentata dal fuoco.
Sia nei bagni dei più ricchi, sia nei bagni dei più poveri, dopo essere andata in bagno per un qualsiasi bisogno la carta deve essere riposta in un apposito cestino vicino al gabinetto perché non esistono le fognature.


Queste condizioni, aggiunte ad una mancata educazione sanitaria portano a diverse malattie ed infezioni e nei casi di povertà anche a denutrizioni croniche.
Il primo febbraio 2015 Padre Angelo, che di cognome fa Esposito e che è originario di Napoli, già socio e fondatore dell’associazione “Hermana Tierra”, fonda come servizio di questa il Centro di Recupero Nutrizionale “Los Angelitos”, dove prova e riesce a salvare molti bambini dalla denutrizione. Si accorge però che non basta, che può fare di più, allora il Centro di Recupero Nutrizionale diventa Centro d’Attenzione Integrale, chiamato da tutti “l’ospedalino”. Ho potuto visitare tutte le aree del C.A.I: medicina generale, medicina pediatrica, ginecologia, fisioterapia, nutrizione, geriatria, psicologia, ottica e servizio sociale. Sono molte le consulenze che l’ospedalino offre gratuitamente grazie alle donazioni di privati e qualche sovvenzione statale.
Qui, oltre alla fame alimentare, ho notato una grande fame di sapere. I medici, gli infermieri e tutto il personale sono prevalentemente giovani e mi raccontano che questo posto non è un’opportunità solo per i pazienti, ma anche per loro che possono immaginarsi laureati a lavorando vicino casa.
Negli occhi dei pazienti leggo la curiosità di chi desidera comprendere quello che gli succede, ma soprattutto di comprendere perché gli sta succedendo una determinata cosa. Noto nei medici la premura di rispondere in modo chiaro, e là dove necessario, dilettarsi con dolci metafore. Nell’ospedalino ho vissuto molti bei momenti giocando con i bambini, che qui di bambini c’è ne sono tantissimi ed appena ti conoscono ti abbracciano, ti saltano in braccio e si fidano di te. Non puoi deludere un bambino che si fida di te.
L’ospedalino mi ha anche donato molti momenti tristemente travolgenti, come a Ferragosto. È il mio primo Ferragosto lontana da casa. Da quando sono piccola ho sempre festeggiato questo giorno, tra falò, concerti e serate. Quando invece ero più piccola ancora festeggiavo in famiglia: si festeggiava la bellezza di stare insieme e l’amore per la vita.
Quest’anno tutti questi festeggiamenti sono diventati superflui, perché ho festeggiato davvero per la vita. Per la vita di un bimbo down cardiopatico. Nel pomeriggio, dopo pranzo sono andata con Padre Angelo nell’ospedalino. Lui mi aveva detto che c’era un bambino che non stava bene, ma non avevo compreso davvero cosa intendesse. Poi, quando mi ha detto che gli avevano chiesto di battezzarlo d’urgenza, avevo iniziato ad intuire. La reale comprensione è giunta una volta arrivata lì: il bambino viene portato d’urgenza in sala di recupero, dalla finestra si vede solo un display. Non ho competenze mediche, ma il display indicava delle linee rette e capisco che non indicano nulla di buono.
Riesco ad intravedere il suo piccolissimo corpo, esile e pallido. È questione di pochi minuti, minuti d’ansia e paura. Le dottoresse sanno di avere tra le mani un caso tanto difficile quanto delicato, sono brave, preparate, le uniche a mantenere la calma. Insieme agli infermieri svolgono in maniera diligente il proprio lavoro, senza abbandonarsi nei momenti più critici a vari sentimentalismi. Si percepisce che sono abituati ad affrontare casi come questo. Nella sera dello stesso giorno mi viene confermato tutto dalla dottoressa che si è occupata del caso, alla quale chiedo in un momento informale come si sente dopo il pomeriggio passato. Lei mi dice: «Siamo abituati a questo tipo d’urgenza, purtroppo da noi non sono l’eccezione ma la quotidianità. Stavolta, però, ho avuto più paura. quando Padre Angelo è entrato per il battesimo d’urgenza ho capito che dovevo fare di più». Padre Angelo ha inizialmente rimproverato i familiari, spiegandogli che le precauzioni da tenere vista la risaputa malattia del bambino erano altre. In seguito, celebra comunque il battesimo. Qui gran parte della comunità è tenuta insieme dalla chiesa; quindi, il ruolo del sacerdote è riconosciuto come genitoriale all’interno delle famiglie. La madre ed il padre, due diciottenni, insieme alla nonna del bambino, sono avvolti dal senso di colpa, sapevano che il bambino era malato, ma non avevano coscienza delle conseguenze reali di questa malattia e quando le comprendono è ormai tardi. Quello che il C.A.I cerca di fare, infatti, non è solo curare ma anche educare alla sanità personale. Il tutto è possibile se il C.A.I lo si frequenta e molta gente lo fa, ma evidentemente non ancora tutti.
Non c’è il culto del curare sé stessi a Tacana. Noi italiani spesso non ci rendiamo nemmeno conto di tutte le accortezze che conosciamo e fanno parte delle nostre abitudini come lavare spesso le mani, non mettere le mani sporche in bocca o negli occhi, asciugare sempre i capelli e altre simili.
Quello che ho visto mi ha colpita molto. Qui per cose che a noi sembrano scontate si rischiano infezioni mortali.
Quello che però mi ha sorpreso è la speranza. Non c’era neanche una persona tra loro che non avesse negli occhi la speranza della guarigione del bambino e che non si abbandonasse al dialogo con Dio. Io sono atea e volgo il mio sguardo alla chiesa solo come una mera istituzione politica quindi: un momento del genere per me è stato suggestivo. Il bambino, dopo essere stato stabilizzato, è stato trasferito all’ospedale di San Marcos, dove però sarà mantenuto stabile da un’infermiera con una ventilazione manuale a causa dei pochi ventilatori automatici presenti.
A motivare il poco investimento sanitario segue questo ragionamento: se uno dei bambini che adesso sta usufruendo di un ventilatore automatico muore, il nostro bambino (quello raccontato precedentemente) può avere il suo ventilatore automatico, se muore il nostro bambino allora perché dovrebbe occorrere un altro ventilatore automatico?
Qualche giorno dopo chiedo a Yuri che è assistente sociale nell’ospedalino se avesse notizie del bambino e mi dice che è riuscito ad avere un ventilatore automatico, non ho chiesto altro.
Dopo un mese, ho avuto modo di farmi una piccola idea sulle persone di Tacana. Le donne sono basse come me, circa un metro e cinquanta, chi più chi meno, hanno tutte i capelli nerissimi e lisci, gli occhi sono a mandorla, la pelle è mulatta e tende al rosso. Gli uomini non arrivano al metro e settanta, hanno i capelli e la pelle come le donne. Spesso i più avanti con l’età portano un baffo pieno e definito. Parlano tutti spagnolo e molti anche un’altra lingua, tra le 22 indigene.
Qui c’è un grande problema d’alcolismo, gli uomini escono e vanno in dei simil-bar ad ubriacarsi, poi quando tornano a casa ci sono inevitabili conseguenze.
Gli stupri e gli abusi in famiglia sono moltissimi. Padre Angelo mi ha raccontato che qui più di una figlia ha dato alla luce un bambino da suo padre. Come in Italia è sempre difficile denunciare queste situazioni, nonostante anche qui esistano delle tutele. Una volta che una donna riesce a denunciare, quasi sempre l’uomo colpevole fugge in Messico o negli USA, dove diventa impossibile rintracciarlo.
La parola “accoglienza” è quella che prima di tutte descrive le persone di Tacana. Qui, anche se non hanno molto, quello che hanno lo condividono con te. Mi hanno invitata a mangiare in più case e mi hanno preparato “caldo de pollo” e “tacos” buonissimi, mi hanno regalato i loro sorrisi, le loro parole ed i loro abbracci che porterò sempre nel cuore.
Ho avuto il piacere di assistere al desflile, una parata a cui ogni scuola partecipa con la propria banda, il proprio corpo di ballo ed i propri costumi. Mi ha ricordato un grande carnevale.
Sono tantissime le qualità, oltre a quelle morali, che i tacanechi posseggono. Ad esempio, un giorno un gruppo di artisti ha regalato dei murales bellissimi all’ospedalino.
L’istruzione a Tacana è diversa dalla nostra, sebbene composta anche essa da tre frasi principali: ciclo primario, basico e diversificato. La didattica è prettamente orizzontale e le materie sono diverse, resta pressoché simile la matematica. È interessante porre anche una riflessione sul fatto che la storia come materia sia stata cancellata dalle scuole. In questo modo i guatemaltechi meno abbienti non hanno accesso alle loro radici, non conoscono le oppressioni subite e che ancora subiscono. La riforma sull’istruzione è stata fatta con lo scopo di non far crescere adulti sovversivi.
Grazie a Jorge, un insegnante della scuola “EORM colonia veinte de abril”, ho avuto modo di trascorrere del tempo a scuola con i bambini e vedere com’è strutturata una loro giornata tipo, li ho visti divertirsi spensieratamente mentre giocavano. Ho riflettuto sull’adolescenza rubata a questi ragazzi: fino ai tredici anni sono bambini e poi all’improvviso si svegliano e sono adulti a diciannove anni con due figli.
Sono troppe le volte che, durante la mia permanenza, ho detto a me stessa «non è giusto».
Il popolo di Tacana ha tutti i requisiti per autodeterminarsi, deve comprenderlo e volerlo.
Quando ascolto i bambini che mi pongono domande come «Perché hai i capelli così ricci e chiari?», «Ma Padre Angelo è tuo padre?», «Mi puoi parlare dell’Italia?», penso al fatto che in ogni dove i bambini restano sempre bambini, un dolce potenziale che merita lo spazio necessario a diventare atto.
Continuo a credere che lo sguardo scettico, attento e scrutante dei bambini sia la speranza più grande che possiamo avere per un futuro migliore.
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