
Chi decide se una spiaggia è una risorsa scarsa? Una domanda che può sembrare da addetti ai lavori, ma che in realtà riguarda tutti. Perché dalla risposta dipende una parte importante della lunga e tormentata vicenda delle concessioni balneari: le gare, il futuro degli stabilimenti, gli interessi degli operatori, ma anche il diritto dei cittadini a fruire del mare.
Una recente ordinanza della Corte di giustizia dell’Unione europea dello scorso luglio torna sul tema e, pur senza riscrivere la storia delle concessioni demaniali, introduce un elemento che merita attenzione. La scarsità delle risorse naturali può essere valutata attraverso una combinazione di due prospettive: una generale e astratta, riferita al territorio nazionale, e una concreta, legata alla situazione del territorio costiero del singolo Comune. È una soluzione che la Corte considera compatibile con il diritto europeo, purché i criteri utilizzati siano obiettivi, trasparenti, proporzionati e non discriminatori. Ed è qui che la questione torna ad essere tutt’altro che chiusa. Nel caso esaminato è stata considerata la nota del 6 ottobre 2023, con la quale il Consiglio dei ministri aveva ritenuto che le risorse naturali del demanio marittimo italiano non fossero scarse.
La Corte ricorda però che la valutazione deve essere compiuta dall’autorità nazionale competente ed è sottoposta al controllo del giudice. E chiede al giudice del rinvio di verificare anche se, secondo il diritto italiano, il Comune di Rimini possa discostarsi dalla valutazione nazionale sulla base di dati locali e arrivare, per tutto o per parte del proprio territorio, a una diversa conclusione sulla scarsità della risorsa. Non è una sottigliezza da giuristi. È un punto fondamentale. Perché se la scarsità della risorsa costituisce il presupposto per applicare le regole europee sulla selezione dei concessionari, bisogna sapere con estrema chiarezza quando una risorsa è scarsa, chi lo stabilisce e secondo quali criteri.
La stessa Corte ricorda che, quando il numero delle autorizzazioni disponibili è limitato proprio dalla scarsità delle risorse naturali, gli Stati devono assicurare procedure di selezione imparziali e trasparenti. È difficile non chiedersi allora se la partita delle spiagge possa davvero considerarsi conclusa. La risposta, probabilmente, è no. O almeno non ancora. Perché siamo davanti a una materia nella quale si sono intrecciati per anni diritto europeo, legislazione nazionale, decisioni amministrative, iniziative dei Comuni e pronunce giudiziarie. E quando una questione di tale rilevanza economica e sociale rimane sospesa tra interpretazioni, contenziosi e competenze da definire, l’incertezza finisce per diventare essa stessa un problema.
Non significa che ogni Comune possa fare da sé. La Corte, anzi, ribadisce che la valutazione della scarsità spetta all’autorità nazionale competente, sotto il controllo del giudice. Ma riconosce anche che il fatto che la concessione venga rilasciata a livello comunale deve essere preso in considerazione per stabilire se, in quel determinato territorio, le aree suscettibili di sfruttamento economico siano effettivamente limitate. E allora serve una parola finalmente chiara.
Serve una mappatura seria delle coste, che stabilisca quante siano realmente le aree disponibili, quali siano concedibili, quali debbano restare alla libera fruizione e sulla base di quali parametri si possa parlare di scarsità. Serve poi una disciplina altrettanto chiara per le procedure di affidamento, capace di tutelare la concorrenza senza produrre nuova incertezza per chi investe e lavora. Ma non basta.
Dietro le concessioni ci sono anche i cittadini. C’è il diritto, concreto, di accedere al mare. Ci sono le spiagge libere, che troppo spesso rischiano di essere libere soltanto sulla carta: prive di adeguata gestione, servizi, controlli, talvolta trasformate in zone nelle quali regna una sorta di anarchia dell’arenile. C’è poi il mare come ambiente. Ci sono l’erosione costiera, la qualità delle acque, la tutela degli ecosistemi, la capacità dei litorali di conservare attrattività e qualità della vita.
Una spiaggia non è soltanto una superficie sulla quale collocare ombrelloni e lettini. È un pezzo di territorio, un bene pubblico, una risorsa ambientale e sociale, e di questo si dovrebbe tenere conto quando la si affida a un soggetto privato. Proprio per questo la discussione meriterebbe di uscire dalla logica dell’emergenza permanente. Non si può affidare la regolazione di una materia così delicata alla prossima controversia, alla prossima ordinanza, al prossimo ricorso. E non si può nemmeno lasciare che il significato di parole decisive come “scarsità” venga percepito come una variabile da adattare alle convenienze del momento. Se sono in gioco interessi economici rilevanti, la trasparenza dei criteri diventa una garanzia per tutti: per lo Stato, per i Comuni, per gli operatori e soprattutto per i cittadini.
La Corte ci ricorda che una valutazione nazionale può convivere con una verifica concreta sul territorio. Ma proprio questo rende ancora più urgente definire bene chi fa cosa e sulla base di quali regole. Perché la vera partita delle spiagge non è soltanto stabilire chi avrà una concessione domani. È decidere quale equilibrio vogliamo tra concorrenza e interesse pubblico, tra attività economica e libera fruizione, tra autonomia territoriale e regole nazionali, tra turismo e tutela dell’ambiente. E questa partita, dopo anni di conflitti, non ha bisogno di nuove zone grigie. Ha bisogno di certezza.
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