
Non è molto lo spazio di rappresentanza che la società italiana riserva ai ragazzi di seconda generazione figli di immigrati; anzi, sempre più spesso questa realtà viene vista come un pericolo per la nostra cultura e la sicurezza della popolazione, comportando la formazione di idee aberranti come quella della remigrazione. A Napoli c’è però una comunità in particolare che resiste e vive parallelamente a quella autoctona: è la comunità srilankese, di prima e seconda generazione.
Fateci caso, guardatevi attorno: presso il centro storico di Napoli vedrete bandiere srilankesi nei quartieri più “caratteristici” della città; dietro le cucine vedrete lavapiatti e cuochi che, fidatevi, quasi sempre saranno srilankesi. Potremmo quasi dire che l’economia legata al turismo su cui si regge la città sia per buona parte sostenuta proprio dalla comunità proveniente dallo Sri Lanka a cui naturalmente si sono aggiunti figli nati qui, e che ad oggi sono “a metà strada” fra l’essere completamente italiani o completamente srilankesi. L’assenza di rappresentanza politica e culturale, e delle possibilità di aggregazione per loro ha convinto Mishel, un ragazzo italo-srilankese nato qui, a fondare insieme ad altri ragazzi della comunità l’associazione “Sritaly”.
«Sritaly nasce un paio di anni fa dall’intuizione di ragazzi di seconda generazione che si erano stancati di avere solo assistenzialismo da parte della società italiana. Le seconde generazioni hanno il vantaggio di avere una doppia identità: noi siamo ibridi, e già la nostra esistenza mette in discussione la narrativa che l’identità è solo una, che va protetta, che è imprescindibile, che non si modifica, che nasciamo così ecc… insomma, socialmente siamo un motore di cambiamento e Sritaly, appunto, si occupa di seconde generazioni per dargli la possibilità di riconoscersi tra di loro».
«Le prime già hanno una storia di migrazione, di cambiamento, mentre noi siamo già nati qua, quindi siamo tutt’altra cosa e abbiamo il vantaggio, prima di tutto, linguistico, cioè di poter parlare non solo con la nostra comunità d’origine, ma anche con gli italiani. La prima barriera è la barriera linguistica. L’assenza di questa barriera ci dà una forza che i nostri genitori, i nostri nonni non avevano. Di conseguenza, le nostre rivendicazioni non sono identiche a quelle di chi ci ha preceduto: noi necessitiamo di veri e propri spazi che ci permettano di muoverci nella società».
«Il nostro primo obiettivo è quello di creare spazi aggregativi, che comunque non è facile in una città come Napoli. In questi spazi organizziamo partite, serate, anche DJ set, mentre l’altra linea è culturale, con incontri con autori di seconda generazione, cantanti della nostra comunità, per mettere al centro il protagonismo delle seconde generazioni, per fare un lavoro che scavi a fondo e ci permetta di conoscere anche la nostra storia».
«La difficoltà nasce alla base. L’italiano medio è abituato a vedere comunque lo straniero in un’ottica assistenzialista. Lo straniero qui non è visto come una persona autonoma, capace e indipendente, e questo crea molta difficoltà nel dare dignità alla persona stessa. Si tratta di un pregiudizio che si riversa direttamente su noi ragazzi di seconda generazione. La sfida delle seconde generazioni è proprio abbattere queste barriere culturali che ancora esistono e in questo Sritaly si trova in prima linea. L’associazione nasce da una voglia di rivalsa delle seconde generazioni, quella di combattere gli stereotipi e di autotutelarsi facendo gruppo».
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