
D’estate, in Italia, è meglio non fare politica. Sarà il caldo, la brezza marina o gli spettacoli naturali che il nostro Paese offre, ma qualsiasi iniziativa politica proposta in estate pare sfumare fra le onde del mare. Sarà forse questa una delle motivazioni che ha portato al fallimento della petizione per proporre l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria, sostenuta in primis dall’associazione Schierarsi, oltre che da alcuni giornali come Il Fatto Quotidiano. La raccolta firme, aperta nel marzo 2026 e conclusa a fine luglio dello stesso anno, ha raggiunto poco più del 50% delle firme necessarie per assumere efficacia ai fini di un referendum abrogativo.
L’iniziativa, come anticipato, è fallita, ma non possiamo escludere la possibilità che venga riproposta in futuro. Ad ogni modo tali circostanze ci offrono il tempo e modo per riflettere sulle condizioni dell’editoria, ma soprattutto per comprendere quale sia il sentimento comune nei confronti del settore stesso del giornalismo nel nostro Paese.
Il finanziamento che lo Stato assicura alle piccole e grandi realtà editoriali si fonda innanzitutto sull’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di stampa, oltre che sull’idea che lo Stato debba tutelare il pluralismo di quest’ultima, evitando che il potere economico degli editori determini in maniera netta la direzione politica dell’intera stampa a livello nazionale.
In particolare, attualmente, è la legge 26 ottobre 2016, n. 198, che ha istituito il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione ad aver delegato il Governo a ridisegnare il sistema dei contributi, che non è unicamente elargito a livello centrale ma anche tramite contributi regionali o speciali, a seconda dei casi. Il fondo si basa sul numero di copie vendute negli anni precedenti, e permette la sopravvivenza di un settore ad oggi fortemente in crisi.
Il decreto rilasciato nel marzo 2026 dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria ci dà un quadro generale sulle somme assegnate ai giornali a cui è stato riconosciuto il contributo. Fra questi ci sono i principali giornali italiani: Il Messaggero, i gruppi GEDI e Mondadori, L’Espresso, e perfino il Fatto Quotidiano, a cui sono stati assegnati oltre 750 milioni dopo averne fatto richiesta, salvo rinunciarvi, come annunciato dallo stesso Travaglio, poichè non necessari visto l’ingente numero di copie vendute. Al contempo sono decine di realtà editoriali più piccole supportate dai fondi statali, come il Giornale di Sicilia.
La proposta di abolizione del finanziamento pubblico all’editoria in verità è figlia della stessa politica che ha portato all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, e nasce da una forte sfiducia nei confronti dei giornali, ma soprattutto dei loro editori. L’obiettivo sarebbe quello di “punire” quei giornali che non svolgono, secondo i più, correttamente il proprio ruolo. Eppure risulta non poco fantasioso pensare che l’abolizione dei finanziamenti pubblici possa seriamente danneggiare famiglie come quella Berlusconi o Angelucci, piuttosto che le piccole realtà editoriali che vivono di quei finanziamenti. Il nocciolo della questione è proprio questo: l’eliminazione tout court del finanziamento pubblico dell’editoria non fa altro che renderla maggiormente permeabile alle volontà dei potentati economici, strozzando di conseguenza anche le realtà più indipendenti. Certo, nel 2026 esistono piccole realtà editoriali, come Magazine Informare, che hanno ancora modo di autofinanziarsi e restare indipendenti senza richiedere fondi pubblici, ma rappresentano un’eccezione.
Il finanziamento pubblico è stato definito “reddito di giornalanza”, ma i costi sempre maggiori dell’editoria, e le vendite sempre inferiori dovute all’utilizzo quasi totale dei social per informarsi, lo fanno in realtà diventare la stampella su cui necessariamente una buona parte dell’editoria deve basarsi per permettere alla professione del giornalismo di non svendersi al primo offerente, nonostante tutte le contraddizioni del caso.
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