
L’inizio del ‘900 italiano venne segnato dall’assassinio del Re Umberto I e la politica libertaria del governo Giolitti. Quest’ultima si concentrò all’industrializzazione del Nord, lasciando il Sud alle solite dinamiche clientelari di potere del passato. “Nella pianura malarica del basso bacino del Volturno – leggiamo dal testo di Caprio – continuò così a prevalere il latifondo cerealicolo, ma soprattutto l’allevamento bufalino, che trovava un ambiente particolarmente adatto per il suo sviluppo. Nella struttura sociale prevaleva una figura mista per cui un solo contadino poteva essere insieme proprietario, fittavolo, colono e salariato. Da qui l’assenza sul territorio di organizzazioni sindacali e di lotte di classi; prevalente invece era l’emigrazione verso l’America”.
Insomma, la vita delle popolazioni di queste terre viaggiava a una velocità diversa dal resto d’Italia: “La popolazione di Castel Volturno, per la quasi totalità composta da contadini, continuava a vivere la propria magra esistenza nell’ambito del vecchio castello. […] Le condizioni di vita a cui era sottoposta la popolazione dall’ambiente circostante non erano delle più favorevoli. Le abitazioni, tutte poste all’interno del castello o nelle sue più immediate vicinanze, erano costituite per la maggior parte da una sola camera, dove venivano ammassate tutte le povere masserizie che servivano all’uso quotidiano”.
Un lieve sollievo era dato dalla religione: nel 1908-09 i Maranesi decisero di donare a Castel Volturno una statua del santo patrono che le due città condividevano, San Castrese. Nel 1909 ci fu una processione che da Marano accompagnò la statua del santo fino alla città castellana. Nel censimento del 1911 si annoveravano 943 anime, e il paese era ricordato come produttore di cereali. Bisogna anche segnalare che si provarono le ennesime timide intenzioni di bonifica del Volturno con una legge del 22 marzo del 1900, che prevedeva grandi colmate su entrambe le sponde del fiume e canalizzazioni per il contenimento delle acque alte e per la ricezione delle acque delle campagne suscettibili di scolo.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1915-18) scosse la popolazione locale: non tanto per le polemiche tra interventisti e neutralisti, ma piuttosto per il contributo di vittime umane, ricordate successivamente anche da una lapide posta nel Palazzo Municipale. “Gli anni della guerra furono durissimi, – scrive il prof. Caprio nel testo – e a causa dell’emergenza bellica aumentò la povertà e con essa la fame”. Anche gli anni che seguirono “non furono da meno, sia per la mancanza nelle campagne di forza lavoro giovane, che era stata spedita al fronte, sia per lo scoppio di violente epidemie, tra cui la cosiddetta febbre spagnola, che si manifestò nel 1918 mietendo numerose vittime, soprattutto fra i giovani e i bambini”.
La ricostruzione del periodo fascista risulta leggermente compromessa dalla penuria di documenti ufficiali, andati persi con il secondo conflitto mondiale. Il fascismo in provincia di Caserta fu certamente espressione di quei ceti medi (militari, proprietari terrieri, commercianti, industriali, professionisti) che promettevano di fare ordine contro le organizzazioni del movimento operaio e contadino, le cui proteste dilagarono anche in provincia di Caserta.
Le ultime roccaforti di organizzazioni di sinistra furono Capua e Santa Maria Capua Vetere, che caddero poi per mano dello squadrismo fascista negli anni 1922-23. Il listone unico varato dal Gran consiglio del fascismo ottenne ottimi risultati in Campania (75,6%), un dato superiore alla media nazionale (66,3%). Anche a Castel Volturno l’ideologia fascista prese piede, anche se, puntualizza il prof. Caprio, “più che l’ideologia dovette prevalere il trasformismo di quella gente che per miseria culturale era abituata, per poter sopravvivere alle tante traversie della vita, a convivere da sempre con il nuovo potere politico”. Con un Regio Decreto del ’27 la provincia di Caserta venne accorpata a quella di Napoli, rientrando in una politica nazionale di maggiore accentramento.
Il più grande successo del fascismo a Castel Volturno fu senza alcun dubbio il completamento delle bonifiche, iniziando nel 1928 una estesa bonifica integrale. I lavori intrapresi “furono portati avanti alacremente e concorsero a contenere la disoccupazione sopravvenuta con la crisi mondiale del 1929” afferma Caprio. I lavori interessarono circa 774 ettari alla destra del Volturno, fino alla Regia Agnena, e 1090 alla sinistra di questo, fino ai Regi Lagni. La bonifica rese coltivabile un’ampia estensione del territorio, liberandolo dall’acqua putrida e stagnante e dall’aria malsana. I poderi acquisiti furono assegnati a coloro che avevano famiglia numerosa e che avevano partecipato alla Prima guerra mondiale. Dal prosciugamento della palude affiorarono anche i resti dell’antica Domiziana.
Tra i lati negativi c’è da dire comunque che dell’opera di bonificazione chi ne beneficiò fu sempre la classe dei proprietari, oltre al fatto che il territorio vide una totale distruzione degli ecosistemi della foce del fiume e degli habitat naturali; e la bonifica in generale ebbe il difetto di condurre l’agricoltura italiana ad una eccessiva specializzazione cerealicola. Con la fascistizzazione dello Stato, anche Castel Volturno visse un periodo di forte presenza fascista con il podestà Gabriele Schiappa, che fece provvedere “all’arginatura del Volturno da Capua fino al mare, onde evitarne le esondazioni in caso di eccezionali piene e garantire quindi le colture dalla minaccia di allagamenti”. Altra opera che fu avviata fu l’inizio ai lavori per la costruzione del ponte sul fiume Volturno, che sarà poi completata al termine della Seconda Guerra Mondiale.
Il periodo bellico che ebbe inizio con la Seconda Guerra Mondiale inizialmente non fu così drammatico per Castel Volturno come fu per altri grandi città, che soffrirono bombardamenti e la penuria di generi alimentari. Dopotutto, la maggior parte della popolazione castellana aveva a disposizione un pezzo di terra da coltivare e animali nelle stalle. La situazione rimase tranquilla fino alla seconda metà del 1943, quando gli eventi nazionali coinvolsero anche la cittadina del litorale.
Dopo l’armistizio Badoglio, il 23 settembre l’occupazione tedesca ordinò al prefetto di Napoli Soprano la costituzione di una zona militare di sicurezza nell’ambito di 300 metri dal litorale di tutta la provincia. I trasgressori sarebbero stati puniti con la fucilazione. Fu così che la popolazione di Castel Volturno fu costretta ad abbandonare il proprio paese, cercando riparo tra i paesi del circondario. Furono giorni durissimi per i castellani sfollati che soffrirono la mancanza di cibo.
Il 27 settembre Napoli insorse e dopo 4 giorni di battaglia scacciò i tedeschi dalla città, e il 1° ottobre gli Alleati entrarono in città. Ma quel che è oggi la provincia di Caserta (al tempo accorpata alla provincia di Napoli) rimase occupata fino al 6 ottobre 1943, quando gli inglesi giunsero a Santa Maria Capua Vetere, dove il giorno precedente la popolazione era insorta. I tedeschi iniziarono ad arretrare ulteriormente, lasciando alle loro spalle morte e distruzione. A differenza delle grandi città, nelle campagne la resistenza faticava a organizzarsi. Fu così che anche a Castel Volturno ci fu un episodio di eccidio nazista: l’8 ottobre 1943 furono scovati e fucilati 5 uomini che non avevano voluto allontanarsi dal paese.
La battaglia del Volturno si concluse il 13 ottobre 1943 (in foto) con la conquista della piana da parte degli Alleati, che coinvolse anche la spiaggia di Castel Volturno. Con l’arrivo degli Alleati, il regime podestarile fu soppresso con il Commissario prefettizio Sergio Luise, in carica dal 10 ottobre 1943 al 20 maggio 1944. A poco a poco la popolazione rientrò in paese, trovandolo fortemente saccheggiato dai nazisti.
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