
Nicola Lagual, schiavo cristiano di Sua Maestà nel Real Stato di Caserta, “umiliato” ai reali piedi del re “rappresenta come ritrovandosi una figliola orfana di Padre, per nome Anna Perrotta di questo stesso Real Stato, la quale benché povera, ma di ottimi costumi, ed essendosene l’oratore invaghito la desidererebbe prendersela in moglie. Pertanto ricorre alla benignità e clemenza della Maestà Vostra e la supplica compiacersi darli il permesso, affine possa col Suo matrimonio maggiormente servire a Dio […]”.
Così nel 1767 uno schiavo battezzato, cioè convertito al cristianesimo, si rivolge al Re. Una storia d’amore, verrebbe da pensare, fantasticando intorno alle avventure di un uomo, probabilmente catturato dalle flotte napoletane insieme a centinaia di altri musulmani sulle coste del nord Africa, rinato a nuova vita grazie al potere salvifico dell’amore.
La storia raccontata dalle carte relative alla gestione dei siti reali borbonici casertani, tra cui chiaramente la Reggia di Caserta, ci parla di oltre 400 schiavi musulmani che, insieme con i galeotti, vennero ingaggiati per i lavori più faticosi e più pericolosi di palazzo reale. Si trattava di una composita varietà di soggetti: pirati tripolini catturati dalle navi napoletane; prigionieri delle flotte di Napoli predati lungo le coste tunisine; “mercanzia” di commercianti ebrei; “fornitura” diretta del governo turco secondo un trattato del 1740. Ad alcuni era concesso di alloggiare all’interno di un edificio appositamente costruito, la cosiddetta “cappella degli schiavi battezzati”, nel Bosco Vecchio. Per questi uomini la conversione al cristianesimo era condizione per la libertà, mentre il matrimonio era condizione per diventare cittadini del Regno.
E allora, occorre una più attenta lettura dei documenti per individuare, letteralmente tra le righe, la verità storica sottesa a delle apparentemente adamantine dichiarazioni di intenti di un cittadino “minore”, quale uno schiavo.
La procedura amministrativa prevedeva che l’istanza del supplicante fosse sottoposta alle autorità: l’archivio dei Dispacci consta infatti tanto delle “suppliche” quanto delle relative determinazioni sovrane, diramate attraverso la figura del primo ministro – all’epoca dei fatti di Lagual, il potente Bernardo Tanucci, membro eminente del Consiglio di reggenza, poi trasformato in vero e proprio Consiglio di Stato, che supportò il giovane Ferdinando IV fino al compimento dei 16 anni, avvenuto appunto nel 1767. Ebbene, l’avveduto Tanucci, nel Dispaccio con cui autorizza il matrimonio di Lagual con Anna Perrotta, raccomanda vigilanza sulla vicenda, considerato che la enorme differenza di età fra i due sposi – ultracinquantenne lui, tredicenne lei – fa pensare che si tratti dell’ennesimo tentativo di sfruttare la situazione per conquistare diritti, a discapito del diritto all’infanzia di Anna – all’epoca sicuramente non riconosciuto né a livello normativo né a livello culturale.
La vicenda di questo dubbio amore tra due soggetti dotati di diritti “asimmetrici” ci porta ai nostri tempi, facendoci porre molti interrogativi sulle interferenze o sovrapposizioni o ancora confusioni tra la dimensione pubblica e quella privata nell’ambito del diritto e dei diritti delle persone. Come può il diritto entrare nei fatti d’amore e come può discernere, laddove sia chiamato a farlo per scongiurare il verificarsi di reati, l’amore “vero” da quello “simulato”? Il fenomeno dei matrimoni tra persone di diversa nazionalità ai fini dell’acquisizione della cittadinanza più “favorevole” e portatrice di diritti è stato all’ordine del giorno soprattutto nei decenni scorsi, quando la dissoluzione politica dei paesi dell’Est Europa ha determinato l’esodo verso il nostro paese di donne giovani e sole in cerca di un futuro, futuro che poteva trovare un appiglio anche in rapporti di affetto e protezione.
E quindi, quello di Nicola per Anna sarà stato vero amore, o, comunque, sarà risultato in un rapporto almeno di protezione dalle sofferenze inferte loro dal mondo e dal destino? O sarà stata la variante settecentesca di un fenomeno più prosaico ed opportunistico? La ragione dubita, il cuore spera. Delle storie di queste donne e di questi uomini è pieno l’archivio e ve le faremo scoprire.
di Fortunata Manzi
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