
90 kili di esplosivo al plastico in una Fiat 126: è quanto è bastato a Cosa Nostra per cambiare definitivamente la storia di un paese già dilaniato dalla mafia e dai suoi attentati. Il colpo di grazia alla minaccia giudiziaria fu assegnato il 19 luglio di 33 anni fa, in Via Mariano D’Amelio, a Palermo. La 126 salta in aria, i morti sono 6 e i feriti 21, sono già in molti ad immaginare chi possa essere l’obiettivo dell’attentato; dopo poche ore se ne ha la certezza: il giudice Paolo Borsellino è stato ammazzato, 57 giorni dopo l’attentato che portò alla morte il collega e amico Giovanni Falcone.

L’attentato sconvolse l’intero paese. Oltre a Borsellino morirono 5 agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Claudio Traina. Fra gli agenti del corteo che scortava il giudice, solo uno sopravvisse all’attentato: Antonio Vullo, che ha sempre lamentato l’abbandono da parte delle istituzioni dopo l’attentato, quasi come se i superstiti rappresentassero per il potere un disturbo, un peso più che una risorsa.
A 33 anni da Via D’Amelio, coerentemente a ciò che è accaduto con la strage di Capaci, conosciamo solo i nomi degli esecutori materiali e dei mandanti mafiosi dell’attentato. Al contempo, l’identità di chi, ai piani più alti, fra magistratura e politica, abbia dato l’assenso o sia venuto a conoscenza della decisione di eliminare il procuratore Borsellino, resta sconosciuta. Non un nome, non una condanna, solo teorie, più o meno fondate, sulla base delle quali si è creata una delle fratture più grandi nel variegato mondo dell’antimafia.
Una è la pista del dossier mafia-appalti, che il generale Mario Mori sostiene di aver fatto consegnare a Borsellino prima della sua morte e ritiene che questa sia l’unica motivazione alla base della pianificazione della strage di Via D’Amelio. Tale pista è sostenuta anche dalla presidente della commissione parlamentare antimafia in quota Fratelli d’Italia, Chiara Colosimo.
Altra spiegazione è quella legata alla pista nera. I sospetti di Borsellino sarebbero infatti ricaduti in occasione delle indagini per l’allora recente strage di Capaci, su elementi dell’eversione nera legati anche a Stefano delle Chiaie ed Avanguardia Nazionale, oltre che a soggetti appartenenti a pezzi deviati dello stato e dei servizi. Questo avrebbe portato alla decisione di accelerare vertiginosamente i tempi dell’attentato di Via d’Amelio in quanto, certo, tutti sapevano che Borsellino fosse a rischio, ma non vi erano elementi atti a far intendere che vi fosse il rischio impellente di un attentato del genere. Borsellino stava arrivando a qualcosa, o a qualcuno, e andava fermato il prima possibile.
Uno degli interrogativi più importanti che restano riguardo l’attentato è la vicenda dell’agenda rossa di Borsellino, su cui il giudice appuntava sospetti, ricostruzioni, fatti. Non è mai stato chiarito cosa fosse scritto di preciso su quell’agenda ma l’unica cosa certa è che essa sia stata sottratta immediatamente dopo l’attentato, probabilmente da chi conosceva il contenuto distruttivo di quegli appunti.
Tante sono state le teorie sulla strage di Via D’Amelio: la verità sulla quale non possiamo avere dubbi è che all’uccisione del giudice Borsellino abbiano collaborato diversi pezzi dello stato, perfino soggetti che lo stesso borsellino considerava amici (negli ultimi tempi, prima di morire affermò di essere stato «tradito da una amico»), utilizzando il braccio armato di Cosa Nostra e depistando qualsiasi interpretazione che avrebbe in qualche modo portato ai diretti responsabili di tali atrocità. Ad oggi la famiglia Borsellino, primo fra tutti Salvatore, il fratello di Paolo, continua a chiedere giustizia insieme al Movimento Agende Rosse e ad alcune realtà antimafiose siciliane, come il SIAP, Our voice e Antimafia Duemila.
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