
Nella mattinata del 20 ottobre a Napoli, nel quartiere di Fuorigrotta, è comparso un murales raffigurante una bambina che tiene in mano un palloncino a forma di bicicletta. Un murales che per stile e significato ricorda le opere di Banksy, artista della street art. La paternità dell’opera non è certa, ma è certo che il modus operandi di Banksy è diventato un simbolo e un modo per artisti e attivisti di esprimere a gran voce denunce sociali.
Nel corso degli ultimi decenni Napoli è diventata una capitale della street art acquisendo opere d’ogni tipo d’artista provenienti da tutto il mondo. A partire dallo stesso Banksy, che nel 2010 in Piazza Gerolomini ha rappresentato e ha denunciato il collegamento tra criminalità organizzata e religione attraverso “Madonna con pistola”. Oppure i murales sparsi per tutta la città di Roxy in the Box: personaggi della cultura pop e cinematografica, come Sophia Loren o Naomi Campbell, alle perse con azioni quotidiane e normali come buttare l’immondizia o pulire il pavimento. E ancora le svariate opere di Hogre, un’artista fortemente satirico, blasfemo e sovversivo.
Fino ad arrivare alla bambina con il palloncino a forma di bicicletta: probabilmente una critica sociale all’impossibilità di spiccare il volo nel panorama italiano lavorativo, con strumenti semplici e umili come una bicicletta oppure una riflessione su ambientalismo e sostenibilità.

Dunque, il Codice penale italiano afferma che chiunque imbratti o deturpi cose mobili o immobili possa essere soggetto a querela, multa o reclusione dai sei mesi ai tre anni (art. 635 e art. 639). A rigor di logica, per compiere una reale denuncia alla società e alle istituzioni non è possibile chiedere il permesso né tantomeno essere finanziati da enti pubblici o privati: perciò è vandalismo? La linea di demarcazione tra attivismo sociale e vandalismo è estremamente sottile ed è tortuoso trovare le differenze. Per la legge italiana si tratta di un reato, per voi cosa rappresenta? Arte o barbarie?
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