
Nel mondo del giornalismo contemporaneo, Substack emerge come uno strumento per conquistare l’indipendenza dagli editori tradizionali. Ho scaricato l’app di Substack per curiosità: volevo capire in prima persona cosa spinge tanti colleghi a lanciarsi in questa avventura. Già dalle prime newsletter ho notato un linguaggio più diretto, quasi confidenziale, e un senso di contatto diverso tra autore e lettore. Invece di scrivere per anonimi utenti del web, con Substack il giornalista si rivolge a chi lo segue direttamente via email, come un amico che riceve la posta della domenica.
Nasce negli Stati Uniti nel 2017, ma è negli ultimi due anni che ha preso piede anche in Italia, complice la voglia di tanti giornalisti di scrollarsi di dosso i vincoli delle redazioni. Il suo funzionamento è semplice, almeno all’apparenza: chi scrive può pubblicare contenuti sotto forma di newsletter inviate per email, gratuite o a pagamento; chi legge può iscriversi, commentare, sostenere economicamente l’autore.
Ma la vera forza della piattaforma è nel contatto senza filtri. Niente pubblicità invasiva, niente home page affollate, niente algoritmi opachi. La dinamica è più simile a un abbonamento “per fiducia” che a un acquisto d’impulso. In un certo senso, ho avuto la sensazione che l’autore non stesse più scrivendo per un pubblico anonimo, ma con il proprio pubblico.
A livello globale, Substack ha superato i 3 milioni di abbonati paganti nel 2024. In Italia non siamo ancora su quei numeri, ma la tendenza è in crescita.
Tra i giornalisti italiani che hanno scelto di sperimentare nuovi formati c’è Francesco Oggiano, autore della newsletter Digital Journalism su Substack. Con una lunga esperienza nel giornalismo digitale – collabora tra gli altri con Sky TG24 e insegna comunicazione digitale – Oggiano ha avviato questo progetto per esplorare in modo più diretto le trasformazioni dei media, dei social network e della comunicazione contemporanea.
La sua newsletter, seguita da diverse migliaia di lettori, è diventata un punto di riferimento per chi vuole capire cosa succede nel mondo dell’informazione online: piattaforme, trend tecnologici, nuove professioni digitali. Il tono è chiaro, accessibile, ma ben documentato: una formula che ha premiato. Pur continuando a collaborare con le redazioni, Oggiano ha scelto di ritagliarsi uno spazio personale dove poter approfondire temi spesso troppo “di nicchia” per il flusso quotidiano delle testate.
Il suo non è un “abbandono” del giornalismo tradizionale, ma un’integrazione: un modo per affiancare alla dimensione editoriale classica un nuovo canale più libero nei formati, nei tempi e nei contenuti. In questo senso, Substack diventa per lui – e per altri autori – uno strumento per dare spazio a riflessioni che altrove avrebbero trovato meno visibilità, non per mancanza di qualità, ma per limiti strutturali e ritmi editoriali diversi.
Il successo del suo progetto mostra che esiste una fascia di pubblico disposta a leggere contenuti meno “mordi e fuggi”, disposti ad approfondire. E che forse c’è anche spazio per un giornalismo complementare, non in opposizione alle testate, ma parallelo: più personale, diretto, e capace di sperimentare.
Substack sta cambiando il modo di fare giornalismo grazie a cinque caratteristiche fondamentali: una relazione più personale e continua con il lettore, un modello economico basato sugli abbonamenti, l’autonomia editoriale, la pluralità di voci ed al tempo stesso, il rischio di frammentazione.
Gli autori possono scrivere liberamente per una community scelta, senza vincoli pubblicitari o algoritmici, guadagnando una percentuale alta sugli abbonamenti (il 90%). Questo crea un ecosistema dove la fedeltà conta più della viralità, ma che premia soprattutto i giornalisti già noti. In parallelo, la possibilità di scrivere senza mediazioni editoriali apre nuove strade per contenuti personali, di nicchia o sperimentali, pur rischiando di isolare lettori in bolle tematiche e rendendo più difficile il confronto pubblico ampio.
La libertà offerta da Substack implica una responsabilità editoriale tutta in capo all’autore. Senza redazioni o direttori a controllare il lavoro, diventa fondamentale il senso etico del singolo giornalista: verificare le fonti, mantenere trasparenza e curare il rapporto con i lettori.
Nonostante si presenti come neutrale, Substack può influenzare la visibilità dei contenuti attraverso programmi di finanziamento selettivo come Substack Pro, avvicinandosi alle logiche editoriali pur senza esplicitarle. Questo solleva interrogativi su chi definisca le regole e su come garantire equilibrio tra libertà e qualità dell’informazione in assenza di mediazioni strutturate.
In definitiva, il giornalismo che si sposta su Substack è una storia di opportunità e sfide. Da un lato, offre agli autori la libertà di decidere tempi, linguaggio e contenuti, rafforzando il legame con i lettori al di fuori delle logiche algoritmiche. È un modello che valorizza l’autonomia editoriale e che, in molti casi, consente di costruire una carriera sostenibile.
Al tempo stesso, però, emergono limiti evidenti: questo modello quanto è replicabile su larga scala e realmente accessibile a chi non parte da una solida base di pubblico? Inoltre, il pubblico tende a frammentarsi in micro-bolle tematiche, e la mancanza di un quadro redazionale solleva interrogativi sulla gestione della qualità e dell’affidabilità delle informazioni.
Quello che sta accadendo con Substack non è la semplice nascita di una nuova piattaforma, ma un sintomo più profondo di trasformazione del giornalismo stesso e della sua indipendenza. Cambiano i modelli di distribuzione, cambia il rapporto tra chi scrive e chi legge, e soprattutto cambia il modo in cui si costruisce l’autorevolezza. Non si tratta tanto di decretare la fine delle testate tradizionali, quanto di riconoscere che si stanno moltiplicando i modi e gli spazi per fare informazione. E la vera sfida, forse, sarà capire come possano coesistere.
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