
Ancora una volta, un viaggio in Svizzera è riuscito a catturare l’attenzione di quotidiani e siti d’informazione italiani. Si tratta di quello che ha intrapreso nei giorni scorsi Sibilla Barbieri per scrivere la parola fine sulla sua vita attraverso il suicidio assistito, il quale ne ha decretato la morte ieri mattina. La regista e attrice, nonché consigliera dell’associazione Luca Coscioni, che dalla sua fondazione si batte proprio per ottenere una legge sulla legalizzazione dell’eutanasia in Italia, era da tempo malata oncologica terminale. Tuttavia, nonostante la sentenza 242/2019 della Corte costituzionale desse la possibilità a coloro che ne facciano richiesta, ma soltanto dopo il soddisfacimento di alcuni requisiti, di accedere alla pratica del suicidio assistito, la Barbieri ha comunque dovuto recarsi in un altro paese per usufruire di un diritto che si potrebbe al giorno d’oggi definire “inviolabile”, ovvero quello della piena libertà di autodeterminazione da parte di una persona malata.
Il 24 settembre 2019 la Corte costituzionale si espresse con la sentenza di cui sopra (242/2019) per sancire l’incostituzionalità dell’art. 580 del Codice penale, denominato “Istigazione o aiuto al suicidio”. Il riferimento è al processo di Marco Cappato e al famoso caso di Fabiano Antoniani, conosciuto da tutti come Dj Fabo, accompagnato in Svizzera per ottenere l’eutanasia. La battaglia di Cappato ed il pronunciamento della Corte fecero sì che l’Italia muovesse il primo passo in termini di suicidio assistito. Dal giorno della sentenza, anche nella penisola ci si può rivolgere al Servizio Sanitario Nazionale per accedere alla pratica, con il limite però di alcuni requisiti: la piena capacità di intendere e di volere della persona che ne fa richiesta, la presenza di una patologia irreversibile portatrice di gravi sofferenze fisiche o psichiche e la dipendenza da trattamento di sostegno vitale.
L’assenza di quest’ultimo è stato l’elemento che ha portato la commissione medica esaminatrice del caso Barbieri a bocciare la sua domanda, costringendola a percorrere quasi 1000 km. È stato un po’ come dire che chi non è dipendente da macchinari che tengono l’organismo in vita, non abbia la possibilità di decidere per sé, e questo anche se affetti da sofferenze atroci o da malattie che hanno già sancito il giorno del proprio decesso. Al momento, per il legislatore italiano l’attaccamento ad un impianto o a medicinali da cui dipende la vita di un individuo rimane fondamentale per accedere al suicidio assistito. Un requisito che potrebbe essere definito “obsoleto” per il tempo contemporaneo, “inutile” o che violi quasi del tutto le libertà di una persona (tuttavia, è comprensibile anche la posizione di chi si ostina a frenare evoluzioni favorevoli della pratica, per motivi etici o religiosi), il quale però sembra essere l’ultimo cavillo da superare affinché il Parlamento approvi la legge sul fine vita. Quest’ultima, dopo aver ricevuto l’ok alla Camera nel marzo del 2021, è attualmente arenata al Senato.
La sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale è alquanto chiara. In Italia, i soggetti con i requisiti sopra elencati possono richiedere l’accesso al suicidio assistito e le persone che assistono (i cosiddetti “accompagnatori”) non sono punibili di Istigazione o aiuto al suicidio. La situazione cambia nel momento in cui viene a mancare uno di questi requisiti: nel caso di Sibilla Barbieri, per esempio, con la non dipendenza da trattamento di sostegno vitale, rischiano tutti coloro che l’hanno sostenuta e accompagnata fisicamente durante il sopralluogo in Svizzera. Il figlio della regista e l’ex senatore radicale Mario Perduca si autodenunceranno questa mattina a Roma e rischiano fino a 12 anni di carcere. Stando alla definizione letterale del reato dell’art. 580 del Codice penale, per lo Stato italiano i due uomini avrebbero istigato e influito sulla decisione finale di suicidio della Barbieri.
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