
Da un anno e un mese a questa parte, dal primo agosto 2023, Martina Oppelli sta combattendo contro l’ASUGI verso un unico scopo: porre fine alle sue sofferenza e ottenere il suicidio assistito.
Martina è un architetto, nata a Triste, a cui a 28 anni hanno diagnosticato la sclerosi multipla, una malattia autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale fino alla completa disabilità fisica e cognitiva. Così, come racconta ai microfoni dell’Ansa, è stata costretta a vivere “un quarto di secolo” in maniera molto diversa dai normodotati.
Fino ad arrivare agli attuali 49 anni, quando i dolori sono ormai diventati insostenibili e anche solo il pensiero di istruire qualcuno a prendersi cura di lei spaventa. Martina, infatti, è totalmente dipendente da macchinari e dall’assistenza di terze persone senza le quali non sarebbe in vita. Ma questa è vita?
Perciò Martina, con l’aiuto dell’associazione Luca Coscioni e del famoso Marco Cappato e l’avvocato Filomena Gallo, dal primo agosto 2023 ha intrapreso la sua battaglia per riconoscerle i “trattamenti di sostegno vita”. Infatti, la Corte costituzionale, dopo le battaglie di Cappato, individuò 4 condizioni per la non punibilità dell’aiuto medico alla morte volontaria, cioè del suicidio assistito:
A Martina, dunque, manca solo una di queste quattro condizioni per ottenere il via libera verso il suicidio assistito. Tuttavia, l’ente a cui si è rivolta non è disposto a concederglielo: l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina, infatti, ha negato più volte il diritto di Martina e ha ritenuto non soddisfatto il requisito dei trattamenti di sostegni vitali. Ad ottobre 2023 le negano la relazione a seguito delle visite; tra novembre 2023 e gennaio 2024 non ritengono soddisfatto il requisito dei trattamenti di sostegni vitali; a febbraio 2024 Oppelli con i suoi avvocati manda una diffida all’ASUGI; tra aprile e giugno si procede verso il ricorso presso il tribunale di Trieste e finalmente con un’ordinanza Martina vince e l’ASUGI viene condannato. Dunque, anche al tribunale sembrava evidente che senza l’ausilio di macchinari, medicine e aiuti da terzi Martina non poteva continuare a vivere.
Tuttavia, la battaglia non finisce: il 13 agosto c’è una nuova relazione dell’ASUGI: «il Presidente rappresenta che, in merito al requisito della dipendenza da forme di trattamento di sostegno vitale, la commissione tecnica aziendale ne ha escluso la sussistenza richiamando i contenuti della recente ordinanza n. 135 della Corte Costituzionale, escludendo che i trattamenti farmacologici e meccanici attualmente in essere siano di tale invasività e intensità per cui una decisione di interruzione tout court non ne determinerebbe la morte in tempi brevi». Dunque, viene così ancora una volta negata la presenza di un trattamento di sostegno vitale
Il 29 agosto, pertanto, Martina con la sua equipe di avvocati ha proceduto a depositare presso la Procura della Repubblica di Trieste una denuncia contro l’ASUGI per reati di atti d’ufficio e di tortura. Secondo l’associazione Luca Coscioni e l’avvocato Filomena Gallo, «tali condotte ledono la dignità di Martina Oppelli costretta a un trattamento inumano e degradante, condannata a una vera e propria tortura di Stato».
In tutta questa vicenda, tuttavia, sfugge che si sta parlando di una persona lucidissima e estremamente brillante che ormai da più di 20 anni è vittima di interminabili sofferenze, costretta non a vivere, bensì a sopravvivere. Così l’Italia, stato e cittadini, tratta questa tipologia di persone, a causa di pregiudizi e preconcetti. Quand’è che davvero varrà il principio “la mia libertà finisce quando inizia quella altrui”?
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